Gerusalemme, a chi giova
la rivincita di Trump

Perché? E perché proprio adesso? Si infittiscono le indiscrezioni sulla volontà di Donald Trump di spostare l’ambasciata Usa in Israele da Tel Aviv (dove hanno sede tutte le ambasciate) a Gerusalemme e con esse anche le preoccupazioni, perché la decisione potrebbe sconvolgere il Medio Oriente e tutta una serie di equilibri internazionali. Ma la domanda vera è quella iniziale: perché la Casa Bianca dovrebbe compiere un tale passo? Per capirlo occorre ripartire proprio dallo status di Gerusalemme. La parte Ovest (in mani israeliane già dal 1948, cioè dalla proclamazione dello Stato di Israele e dalla guerra che ne seguì) e la parte Est finirono sotto il controllo israeliano nel 1967, dopo la Guerra dei Sei Giorni.

Israele all’inizio parlò di mera «integrazione giuridica e amministrativa», ma presto la Corte suprema dichiarò che Gerusalemme Est era parte integrante dello Stato ebraico e nel 1980 il Parlamento, con la Legge per Gerusalemme, la proclamò capitale unificata dello Stato ebraico.

Sul lato israeliano è tutto chiaro. Ma lo è anche per il resto del mondo, che non ha mai accettato tali decisioni e, al contrario, è allineato all’Onu che dal 1947 considera la città un corpus separatum «retto da un regime speciale internazionale e amministrato dall’Onu» e Gerusalemme Est «territorio occupato». Posizione poi sempre ribadita da una lunga serie di Risoluzioni che arrivano fino alla 63/30 del 2009 («Tutte le azioni intraprese da Israele, potenza occupante, per imporre le proprie leggi, la propria giurisdizione e la propria amministrazione sulla Città Santa di Gerusalemme sono illegali e quindi prive di qualunque legittimità») e passano per la 478 del 1980 che giudica la Legge per Gerusalemme del Parlamento israeliano «una violazione del diritto internazionale».

Tutti i Paesi del mondo, con forse le sole eccezioni della Repubblica Ceca e di Vanuatu, sono allineati con l’Onu. Usa compresi, almeno fino a Donald Trump. Riconoscere Gerusalemme Est come parte di Israele e Gerusalemme come capitale di Israele vuol dire scompaginare tutto ma anche riconoscere la politica degli insediamenti che da decenni Israele attua a danno dei palestinesi.

In altre parole, fare un regalo politico enorme al premier Netanyahu e al suo governo. La decisione si spiega con il desiderio della Casa Bianca di agevolare a tutti i costi la formazione di un asse israelo-saudita che possa opporsi come maggiore efficacia alla penetrazione russa in Medio Oriente e all’espansione dell’influenza politico-religiosa dell’Iran. Costruzione che ha preso le mosse dal disconoscimento dell’accordo sul nucleare iraniano siglato nel 2015 ma che richiede una serie di garanzie per entrambi che solo gli Usa possono fornire. Israele incassa questa svolta e in cambio potrebbe dare via libera all’accordo di pace con i palestinesi che Trump vuole proporre a inizio 2018. Accordo che serve ai sauditi, invece, per stringere i rapporti con lo Stato ebraico senza passare per traditori della causa palestinese, con le prevedibili reazioni nel mondo arabo. Fatto l’accordo, il rampante erede al trono Mohammed bin Salman potrebbe uscire allo scoperto e siglare un’alleanza ufficiale (quella di fatto esiste da tempo) con Israele.

Per questo arriva la mossa su Gerusalemme, e arriva proprio adesso. Detto in altre parole, è cominciato il secondo tempo della partita che si è giocata in Siria e ha visto americani e sauditi sul lato perdente della barricata. Trump, Bin Salman e Netanyahu vogliono la rivincita.

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