Giudici all’attacco, politica nel mirino

Giudici all’attacco,
politica nel mirino

Una protesta così eclatante all’inaugurazione dell’anno giudiziario non si vedeva dal 1991, quando il presidente della Repubblica era Francesco Cossiga, il muro di Berlino era caduto da poco e Tangentopoli e Mani Pulite dovevano ancora arrivare. L’Associazione nazionale magistrati, in pratica il sindacato dei giudici guidato da Piercamillo Davigo, ha scelto di non partecipare alla cerimonia della Cassazione. Non che i magistrati abbiano mai difettato di spirito critico, all’occorrenza, anche se nei modi soft consoni al ruolo della categoria. In questi anni abbiamo visto di tutto: toghe nere, Costituzioni esibite e sventolate, assenze ostentate in occasione di cerimonie importanti. Insomma la «vis polemica» al sindacato delle toghe non è mai mancata.

Ma solitamente il loro dissenso si manifestava all’inaugurazione dell’anno giudiziario che si svolge nelle aule delle corti d’Appello, non nell’ambito della Suprema Corte. Dobbiamo superare il quarto di secolo per ritrovare una protesta simile, basata sulla comunicazione visiva delle «sedie vuote» nell’aula magna del Palazzo della Cassazione, che alza il livello dello scontro con il governo.

Che cosa infervora dunque le toghe in questo avvio di 2017, insieme ai vecchi problemi strutturali, sempre presenti, legati alla giustizia (gli organici insufficienti, la ristrettezza delle risorse a disposizione)? Il primo problema riguarda l’età pensionabile dei magistrati. Il governo di Matteo Renzi lo ha prima abbassato a 70 anni per tutti i magistrati e poi, tramite decreto, lo ha alzato a 72 anni per le toghe ai vertici della Cassazione, del Consiglio di Stato e della Corte dei conti. In pratica, un gruppo ristretto di alti magistrati potrà restare al lavoro, tutti gli altri no. Quasi una scelta «ad personam» (in questo caso «ad personas»). E questa è una discriminazione inammissibile per i magistrati. «Il governo pensa di poter decidere chi deve fare il giudice e chi no. E questo non è consentito dalla Costituzione della Repubblica e dalle Convenzioni internazionali». Così Davigo in conferenza stampa.

In effetti la questione attiene all’indipendenza del «terzo potere» e ai suoi rapporti con il «primo potere», quello rappresentato dalla politica. Con un decreto, peraltro votato con la fiducia, in perfetto stile renziano, il governo aveva scelto una ristretta pattuglia, una «cerchia» di alti magistrati prossimi alla pensione e li aveva mantenuti in servizio. Una decisione che sfugge all’autocontrollo del Csm sancito dalla Costituzione. Il «dottor sottile» di Mani Pulite Davigo, che da quando guida l’Anm non le manda a dire, parla di «effetti pericolosi per l’indipendenza», poiché in questo modo «il governo sceglie i magistrati da trattenere in servizio o da collocare a riposo». Se questo è il metodo, potenzialmente si potrebbe mandare a casa un giudice scomodo e trattenerne un altro che invece non infastidisce il potere politico.

La questione diventa ancor più scottante se collegata al problema dei nuovi magistrati. L’abbassamento dell’età pensionabile a 70 anni riguarda circa 450 magistrati, non pochissimi su un totale di 8 mila toghe. Per rimpiazzare le sedi vacanti servirebbero nuovi magistrati, ma un decreto del governo ha innalzato da tre a quattro anni il periodo minimo oltre il quale chiedere il trasferimento. «Non si può governare un Paese con gli slogan», ha rincarato Davigo. «Tra il bandire un concorso e l’entrata in servizio del primo magistrato che ha partecipato a quel concorso passano quattro anni. E allora non si possono mandare a casa da un giorno all’altro 450 persone e dire largo ai giovani, perché i giovani arrivano quattro anni dopo».

La soluzione potrebbe essere quella di contingentare le uscite fino alla copertura degli organici. E anche sulle altre questioni sia Davigo che il ministro della Giustizia Andrea Orlando tengono aperta la porta del dialogo, almeno sul piano della dichiarazione di intenti. Ma la questione va risolta, anche se in un momento di crisi come quello che vive il Paese le proteste delle toghe possono sembrare tutto sommato di secondo piano, paragonate ai problemi che stanno vivendo altre categorie (è di ieri la diffusione sull’estensione della povertà in Italia). In realtà riguardano una questione cruciale: l’indipendenza della magistratura dalla politica. E senza indipendenza non può esserci una giustizia giusta.

Tutto il resto a ben vedere, discende direttamente da questo principio, anche la risoluzione dei problemi enunciati in apertura dell’anno giudiziario: dalla corruzione alla durata troppo lunga del processo. E una giustizia lunga, come è noto, è una giustizia negata.


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