Gli italiani temono i cambiamenti radicali

Gli italiani temono
i cambiamenti radicali

Dal 1946 ad oggi 63 governi sono un dato strutturale. È stata una scelta. Dopo vent’anni di dittatura l’Italia temeva per il proprio futuro democratico e quindi si è affidata alla rappresentanza parlamentare.Un sistema politico che non garantisce stabilità rende i governi ostaggi dei partiti. La Germania ha avuto la stessa esperienza con il nazismo e si è cautelata a sua volta. La cosa interessante è tuttavia il come: i tedeschi hanno pensato ad un sistema, hanno inserito nella Costituzione l’istituto della sfiducia costruttiva. Un governo non può essere dimissionato se non vi è in Parlamento una maggioranza in grado di sostenere un nuovo esecutivo. Nel 1984 Helmut Schmidt viene sfiduciato ma solo dopo che i liberali di Hans Dietrich Genscher sono passati armi e bagagli alla Cdu di Helmut Kohl.

Ad una alternanza programmata avrebbero potuto pensare anche gli italiani. Ma qui entra in gioco la psicologia collettiva dei popoli. Chi percepisce il governo, le regole , la legge più come un impedimento che un aiuto alla propria libertà individuale è fatalmente votato al disordine organizzato. Ed è in questa volubilità costitutiva del carattere politico italiano che ha trovato spazio la sfilza di governi che hanno retto questa Repubblica. Mai è stato così stabile un sistema politico fondato sull’instabilità governativa come quello italiano del dopoguerra. Cambiano le personalità politiche ma i partiti guida sono sempre gli stessi, ognuno con un compito definito al governo e all’opposizione. Non deve quindi stupire se ora si torna a parlare di sistema elettorale proporzionale. È un riflesso politico istintivo in Italia. Coltivare il proprio giardino senza essere disturbati è il patto taciuto con gli altri contraenti. Li unisce il comune interesse a rispettarlo: in questo caso la data anticipata delle elezioni. La denuncia del presidente emerito Giorgio Napolitano scuote la scena politica: un patto di convenienza di quattro leader che di tutto si curano fuor che della governabilità. Un tema che in Italia si trascina dal 1953 quando viene affossata la legge con premio di maggioranza del 65% dei seggi alla lista o al gruppo di liste collegate vincitore. Il partito comunista di allora teme di vedere ridotti gli spazi di interdizione che un governo instabile invece assicura.

Negli ultimi anni l’Italia ha visto schizzare il debito pubblico al 133% del Pil, ha una crescita asfittica, una disoccupazione giovanile non risolta, un sistema bancario con forti criticità, vive le angosce di terremoti e inondazioni, ha avuto tre governi nello spazio di quattro anni eppure tiene. Si potrebbe pensare per merito della pazienza dei propri cittadini che sono usi alla sopportazione, alle vie di mezzo e si acconciano al compromesso. La dove non arriva lo Stato scatta la solidarietà della famiglia, degli amici, della società. Ed è certamente così. Ma siamo sempre nella precarietà e si lotta per tenere ciò che c’è. Mentre il mondo è pieno di cambiamenti e chiede anche all’Italia di cambiare. Per far questo occorrono governi stabili che possano programmare nell’arco di cinque anni di legislatura.

Gli italiani temono i cambiamenti radicali. La storia occidentale è fatta di traumi. Gli inglesi hanno ammazzato il loro re, lo stesso hanno fatto i francesi, i britannici hanno avviato la rivoluzione industriale, i francesi quella politica, gli americani prima si sono ribellati all’Inghilterra e poi hanno condotto una guerra civile senza quartiere, i tedeschi hanno acquisito autocoscienza con Martin Lutero e lo scisma della Riforma. Agli italiani è mancato qualcosa di simile. Ecco perché è necessario il legame con l’Europa. Può aiutare nei tempi difficili.


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