I laureati emigrano Bruciamo 69 miliardi

I laureati emigrano
Bruciamo 69 miliardi

L’Italia registra nel 2016 una perdita di 10 mila laureati e specializzati. Rispetto al 2012 il doppio, a conferma che la crescita produce aumento di ricchezza per lo 0,8% nel 2015, lo 0,9% nel 2016 ma non inverte la linea di tendenza migratoria. Il rapporto Istat sul benessere equo e sostenibile dice che nella fascia tra i 25 e i 39 anni il saldo è negativo. Se ne vanno i migliori e non vengono compensati dalle ondate migratorie. In breve si esportano laureati e si importa personale a bassa qualificazione. Il problema è che l’Italia spende il 4% del Pil nel ciclo completo di istruzione, sono 69 miliardi di euro.

Un investimento notevole che non viene messo a frutto. Tutti sanno che la materia prima nell’era tecnologica e digitale è la conoscenza. Chi non genera sapere è destinato a dipendere da quello altrui. Questa è la vera sovranità da difendere. I confini si condividono per definizione quando si è pari ai vicini e non si temono invasioni di campo. Ma se si perde il treno si resta indietro ed è allora che si invocano le frontiere, cioè le barriere.

Una battaglia dell´orgoglio ma chi non è alla testa del gruppo diventa dipendente quindi perdente. Vince chi l´innovazione la fa e la ricerca la incentiva. Il saldo migratorio per personale laureato è negativo anche per regioni prospere come Lombardia e Emilia Romagna. In termini assoluti si salvano solo perché a loro volta importano laureati dal Sud Italia. Quindi lo studente settentrionale, se ha occasione, va all’estero e viene rimpiazzato da un laureato del Sud Italia. Sarebbe una partita di giro a parità di preparazione. Ma i risultati Ocse Pisa (Programme for international student assessment) sui rendimenti scolastici comparati lasciano dubbi in proposito. Potrebbero compensare i soggetti stranieri, attirati dalle nostre strutture di ricerca, ma purtroppo non si registrano dati significativi in tal senso. In Italia abbiamo una grande affluenza di migranti e la cosa potrebbe avere anche una sua valenza solidale verso chi vive condizioni peggiori alle nostre, ma poi se si va a guardare Eurostat 2014, il tasso di occupazione in Italia per gli stranieri è del 68% mentre in Francia è dell’80%, nella Repubblica Ceca, in Germania e in Lussemburgo dell’83% , in Lituania dell’80%, in Ungheria del 78%. E questo senza contare gli irregolari che nessuno è in grado di censire in modo attendibile. Una situazione che porta ad un immiserimento complessivo.

I tedeschi sanno quanto prezioso sia raccogliere teste pensanti in grado di sviluppare la ricerca e l’innovazione. Mancano giovani e quindi vanno a prenderli dove la disoccupazione regna. Il progetto della conferenza dei ministri dell’Istruzione dei 16 Länder tedeschi denominato Dsd incentiva lo studio della lingua tedesca nelle scuole italiane con la possibilitá di conseguire, senza costi a carico dello studente, la certificazione linguistica. Con questo documento si può accedere all’università tedesca. I vantaggi nascono dal fatto che in Germania non ci sono tasse universitarie e i costi di mantenimento, case dello studente, mense e trasporti sono ridotti rispetto all’Italia. Per chi cerca una formazione internazionale una bella tentazione. E si dà il caso che siano proprio i più motivati, quelli con una marcia in più, a cadere nella rete. L’obiettivo è del resto attirare i migliori, i capaci in futuro di produrre plusvalore. Questo dovrebbe essere l’obiettivo di una politica accorta. Ogni singolo studente fino agli studi universitari viene a costare in Italia 100 mila euro alle casse pubbliche. Può uno Stato con un debito come quello italiano regalarli alla concorrenza?


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