I vaccini sotto  le bombe leghiste

I vaccini sotto
le bombe leghiste

L’ultima bomba è sui vaccini. Matteo Salvini se l’è presa con una decina di vaccini obbligatori che sospetta essere «dannosi». Una polemica che sembrava abbastanza sopita è improvvisamente riesplosa. E a far da calmiere all’instancabile ministro dell’Interno è stata la sua collega della Sanità, la grillina (e medico) Giulia Grillo. La quale dapprima ha ricordato che, in materia, decide il suo dicastero, e poi ha ricordato che sui vaccini bisogna ascoltare la scienza, non la politica (sulla loro obbligatorietà invece la posizione della ministra è più sfumata). È questa l’ultima faglia che si è aperta all’interno del governo e della sua maggioranza che contrappone Salvini al M5S con una modalità che la diplomazia riesce a coprire con sempre maggiore difficoltà.

Niente rispetto alle parole di fuoco che il professor Roberto Burioni, virologo del San Raffaele, e lo stesso Istituto Superiore di Sanità, hanno riservato all’ultima uscita del leader leghista, ma il segno inequivocabile di un disagio che attraversa la maggioranza a poche settimane dalla sua costituzione.

Il problema, fondamentalmente, riguarda proprio Matteo Salvini. L’uscita sui vaccini che lo ha portato nei territori del ministero della Sanità dove lui non ha competenza, è solo l’ultima di una lunga serie. Basti ricordare il censimento dei rom che ha provocato immediatamente la reazione del M5S («Non è nel programma di governo, non si fa e non si farà», ha detto il ministro Toninelli).

Ma anche lo scontro tra Roberto Saviano e Salvini, con il primo che accusa l’altro di essere il «ministro della malavita», e quest’ultimo che un po’ sfotte lo scrittore e un po’ lo avverte che la scorta che protegge potrebbe essere ritirata. È singolare che mentre Giorgia Meloni si sia trovata immediatamente sulle posizioni della Lega, dal M5S il presidente della Camera Fico abbia ricordato che è doveroso proteggere i cittadini che corrono il rischio di essere uccisi dalla criminalità perché da essa ritenuti pericolosi.

E infine, la questione delle questioni: i migranti. È Salvini che trascina il governo su posizioni rigidissime, che blocca le navi delle Ong nel Mediterraneo e spara a palle incatenate contro tedeschi e francesi proprio mentre il presidente del Consiglio Conte intavola buoni rapporti con la cancelliera Merkel (da cui ottiene il ritiro della bozza di documento finale sulla riforma dei regolamenti di Dublino che Roma considerava contraria ai suoi interessi). È ancora da dimostrare se questa tattica porti a buoni frutti in Europa, finalmente incrinando l’egoismo dei Paesi del Nord nei confronti delle difficoltà di Italia e Grecia, o se invece ci condanni ad un isolamento politico e diplomatico; per il momento però è certo che a condurre le danze sia Salvini, sempre lui, sempre più al centro della politica nazionale, sempre più «vero premier». Tanto più che i sondaggi (e i risultati amministrativi di questo ultimo turno) parlano di una Lega in fortissima ascesa.

Tutto ciò non può che creare malumori e problemi del M5S che è pur sempre il primo partito italiano. Di Fico, che sempre più spesso ribatte a Salvini da posizioni «di sinistra», abbiamo detto; ma non sono pochi i parlamentari che cominciano a manifestare in pubblico la loro irritazione. Di Maio ribatte parlando di «piagnistei» ma non può negare che l’insoddisfazione celi una domanda di leadership rivolta innanzitutto a lui. Il problema è che i principali obiettivi dei grillini, a cominciare dal reddito di cittadinanza, sembrano tutt’altro che a portata di mano. Lo certifica ogni volta che può il ministro Tria, tutto teso a rassicurare i mercati e l’Europa che l’Italia non farà scherzi di nessun genere, che non ha alcuna intenzione di contestare il sistema euro, e che non sfonderà il tetto del deficit con spese fuori controllo.

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