Cancro e l’abbraccio della sofferenza

Cancro e l’abbraccio
della sofferenza

Può il cancro essere un dono? Questa affermazione che Nadia Toffa, la popolare conduttrice delle Iene colpita da un tumore, ha fatto in occasione della presentazione del libro in cui racconta la sua esperienza, ha scatenato un vero putiferio sul web. La questione tocca tante situazioni di dolore e quindi andrebbe affrontata e dibattuta con delicatezza: i social non sono quindi certo la piazza più adatta, dato che sui social s’innescano subito risse e il rancore finisce con diventare il fattore dominante. Per fortuna tra tante voci avvelenate se ne incontra qualcuna che sa affrontare le cose con civiltà.

In questo caso è stata quella dell’amica Lara Patelli, bergamasca, che convive con un handicap, che sulla sua pagina Facebook ha detto la sua con grande spirito di tolleranza e comprensione. Leggendo le sue parole possiamo dare una risposta certa e anche civilmente autorevole alla domanda da cui abbiamo preso avvio: il cancro non può essere considerato un dono. Non lo è oggettivamente, e non c’è bisogno di spiegarne il perché. Nadia Toffa, pur nella simpatia che la contraddistingue, ha dunque usato la parola sbagliata.

Nessuno vorrebbe mai ricevere un dono così. E anche lei, prima di saper della malattia, avrebbe certamente risposto secca: «No, grazie». Capita poi che nel corso di esperienze dolorose una persona trovi risorse inaspettate che l’aiutano a superare prove da cui si poteva restare schiacciati. Questo accade perché la vita custodisce più risorse di quelle che noi pensiamo. Così nella sofferenza in tanti casi si liberano energie impreviste che sono di grande aiuto per chi la vive in prima persona, ma anche per chi sta vicino. Queste energie possono essere effettivamente definite un «dono», così come consideriamo un dono le parole e la saggezza umana di Lara Patelli (mentre non è un dono, come lei stessa chiarisce, la disabilità con cui deve fare i conti ogni istante).

Per quanto riguarda Nadia Toffa su una cosa ha sbagliato. Ha voluto fare della sua esperienza e del suo modo di affrontare il tumore un riferimento per tutti quelli nelle sue condizioni. Lo ha fatto certamente con l’idea di essere d’aiuto, con lo slancio di chi sentendo di riuscire a scalare una montagna vuole portare dietro di sé tutti quelli come lei. Invece bisognava avere l’accortezza di riconoscere che ogni vicenda è a sé stante.

Ogni uomo è diverso di fronte ai problemi e alla vita e la malattia fa emergere in modo lampante l’unicità di ciascuno. Ciascuno ha un proprio modo di reagire. Affermare una risposta soddisfacente e plausibile per tutti non è giusto, anche se questa risposta è carica di positività. Quello che è salvifico e incoraggiante per qualcuno non lo è affatto per un altro.

E poi il decorso tante volte è negativo e quando le speranze si spengono il «dono» che si può sperare di ricevere è quello di avvicinarsi con serenità alla fine (del resto la saggezza del cattolicesimo fa dire a tutti i fedeli una preghiera come l’Ave Maria che si conclude proprio con l’implorazione di questo «dono»...).

Su Nadia Toffa va precisata infine anche un’altra cosa: lei è un personaggio pubblico e per un personaggio pubblico è sempre difficile vivere e convivere con una situazione simile.

Lei ha scelto di non proteggersi dentro il perimetro della privacy, ma di rendere tutto pubblico. Lo ha fatto perché ha obbedito alla sua natura, per darsi forza. Sono situazioni in cui ciascuno fa come può, e va rispettato per le scelte che fa. Quanto a noi, come ha detto il cappellano dell’Istituto dei Tumori di Milano don Tullio Proserpio, che con queste esperienze ha a che fare ogni giorno, «la cosa che tutti dobbiamo fare sempre è abbracciare la sofferenza degli altri».


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