Il costo della Brexit sul nostro export

Il costo della Brexit
sul nostro export

È molto difficile prevedere quali saranno le conseguenze della Brexit sul piano commerciale per l’Europa e, più in particolare, per il nostro Paese. Allo stato dell’arte, i rapporti tra Londra e Bruxelles non sono tra i migliori. A peggiorarli contribuisce certamente la premier Theresa May, con varie dichiarazioni come quella di non voler adempiere ai debiti con l’Europa. Il loro ammontare non è stato ancora definito, ma si parla di circa 60 miliardi di euro che, secondo il Financial Times, potrebbero arrivare a 100. Sul tema è già intervenuto il capo negoziatore Ue Michel Barnier, affermando come la somma che il Regno Unito dovrà pagare «non è né un castigo né una tassa, ma risponde alla necessità che Londra rispetti gli impegni che ha assunto».

Barnier è intervenuto anche sui diritti dei circa 3 milioni di cittadini europei che risiedono in Inghilterra, sostenendo che «dovranno essere tutelati dalla Corte di Giustizia Europea anche dopo la Brexit». Uno dei temi più caldi nelle trattative tra Londra e Bruxelles sarà, senza alcun dubbio, quello degli scambi commerciali. Nei prossimi due anni dovranno essere ratificati 54 accordi, sui quali Londra è prevedibile svolga qualche resistenza, nell’intento di assoggettare molte transazioni con l’Europa a dazi doganali e al pagamento dell’Iva. Non è da escludere anche la possibilità che vengano introdotte barriere doganali non tariffarie, che potrebbero avere un peso ancor maggiore nell’ostacolare l’attività commerciale, imponendo agli esportatori livelli particolari di sicurezza e di certificazione dei prodotti. C’è da osservare, tuttavia, che le conseguenze maggiori sul piano economico di tali eventuali misure ricadrebbero soprattutto su Paesi, come l’Irlanda, l’Olanda, il Belgio, la Norvegia e Cipro, le cui esportazioni in Gran Bretagna pesano più del 5% del Pil. Molto minore sarebbe l’impatto su Germania, Francia e Italia. L’export della Germania verso il Regno Unito è di circa 100 miliardi di dollari, pari solo al 2,8% del Pil; quello della Francia 45 miliardi (2% del Pil). Il nostro è di 22,4 miliardi, pari all’1,6% del Pil, a fronte d’importazioni per circa 10,5 miliardi. Secondo dati dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, riferiti al 2015, il Nord Est è la macro area più interessata dalle esportazioni in Gran Bretagna (7,9 miliardi di euro). Seguono in Nordovest (7,8 miliardi), il Centro (3,8 miliardi), il Mezzogiorno (2,9 miliardi). Pur non essendo di grande portata l’export complessivo del nostro Paese verso l’Inghilterra, si tratta comunque del quarto mercato, dopo Usa, Germania e Francia, per il «made in Italy alimentare», con circa 2,5 miliardi di export l’anno, di cui oltre 950 milioni rappresentati dalle bevande, soprattutto vini e alcolici. Non c’è da stupirsi, dunque, se già primi segnali siano stati indirizzati contro l’importazione di alcuni di questi prodotti. Ha colpito la notizia, resa nota agli associati da un notiziario settimanale della Coldiretti, di un attacco rivolto da «The Guardian» al nostro prosecco, uno dei vini più apprezzati dai britannici. Il quotidiano d’oltre Manica mette in guardia dai rischi derivanti da un suo consumo eccessivo, facendo ricorso a motivazioni di assai dubbio fondamento. Riporta, infatti, il parere assai discutibile di un dentista, Mr. Mrvyn Druian del London Centre for Cosmetic Dentistry, secondo il quale il mix di bollicine, alcool e zucchero, combinandosi nel bicchiere, rovinerebbe lo smalto dei denti, soprattutto alle donne. La Coldiretti sottolinea come non si tratti di altro che del «tentativo maldestro» di screditare il prosecco dopo che la Gran Bretagna è diventata, nel 2016, il primo mercato di sbocco dello spumante italiano, con un aumento record del 33%, corrispondente a un valore di 366 milioni di euro. L’export in Inghilterra, infatti, ha raggiunto il 30% del totale delle bottiglie complessivamente esportate e, nonostante le fack news del Guardian, nei primi 5 mesi del 2017 le esportazioni sono cresciute del 17%. Questo spiacevole episodio, però, fa alimentare il sospetto che Londra sia intenzionata a disattendere, in qualche misura, il sistema europeo delle «denominazioni di origini protette» (Dop) e delle «indicazioni geografiche protette» (Igp), nato nel 1992.

Michel Barnier ha già richiesto ufficialmente al Governo inglese di rispettare gli accordi che tutelano gli oltre tremila alimenti e vini europei riconosciti da Igp, tra cui oltre 800 prodotti italiani. In cambio, ha assicurato la tutela delle 59 denominazioni di origine britannica registrate a Bruxelles. C’è da augurarsi che tutto vada per il meglio e che non finisca per essere alimentato, anche in Inghilterra, il fenomeno di copiatura di nomi e prodotti italiani già tristemente diffuso in altri Paesi.


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