Il degrado della lingua Un declino di civiltà

Il degrado della lingua
Un declino di civiltà

Che le singole parole debbano avere un loro peso specifico, una loro gravità, lo ritroviamo nelle riflessioni dei più grandi filosofi e letterati di ogni tempo. Nondimeno, l’uomo è stato richiamato a considerare la «sacralità» della parola anche dai massimi esponenti delle più importanti religioni. Così, Gesù: «Ma io vi dico che di ogni parola infondata gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio; poiché in base alle tue parole sarai giudicato e in base alle tue parole sarai condannato».

Confucio: «Per una parola un uomo viene spesso giudicato saggio, per una parola viene giudicato stupido». Budda: «Le parole hanno il potere di distruggere e di creare. Quando le parole sono sincere e gentili possono cambiare il mondo». Illuminante anche un proverbio islamico: «Ogni parola prima di essere pronunciata dovrebbe passare tre porte. Sull’arco della prima porta dovrebbe esserci scritto: è vera? Sull’arco della seconda porta dovrebbe campeggiare la domanda: è necessaria? Sulla terza dovremmo trovare scolpito: è gentile? Una parola giusta può superare le tre barriere e raggiungere il suo significato piccolo o grande».

Come ha scritto Carlo Levi, «le parole sono pietre». C’è da chiedersi, allora, come mai, nonostante queste così autorevoli sollecitazioni a considerare l’importanza e le meravigliose sfumature di senso che contraddistinguono ogni parola, si stia vivendo un’epoca di così evidente involuzione espressiva e culturale. Ambiti sociali e mediatici nei quali le parole vengono usate sempre più con superficialità, quasi fossero tutte sassi di un unico fiume uniformemente levigati nel loro indifferenziato, insignificante e troppo spesso straripante fluire.

Il degrado del linguaggio e la diffusa irresponsabilità dei comportamenti che ne derivano sono da ricondursi a svariate cause. Tra queste, sicuramente un posto non di secondo piano è da ascrivere al grave declino che sta interessando le istituzioni sulle quali si è sempre fondata la nostra società civile. A scuola, in famiglia, nella vita sociale, si trascura sempre più di usare un linguaggio appropriato e preciso, che basi la propria «eticità comunicativa» sulla nostra straordinaria ricchezza lessicale. Il linguaggio di oggi, sempre più scarno e approssimativo, è troppo spesso violento, volgare, aggressivo. Preoccupa, in particolare, quello definito «hate speech», cioè, il linguaggio dell’odio che infesta la Rete, sulla quale s’intrattengono, con modalità ormai sempre più compulsive, tanti giovani e non solo. La conseguenza di tutto ciò è che i ragazzi non sanno più scrivere. Lo confermano 600 professori universitari che hanno scritto una lettera aperta alle istituzioni chiedendo verifiche nazionali periodiche di grammatica e di scrittura durante gli otto anni del primo ciclo scolastico.

Non sono da meno le preoccupazioni suscitate dai comportamenti di molti media e di una certa carta stampata che si caratterizzano per un linguaggio ad effetto e per la ricerca opportunistica del sensazionale e dello scandalo. Significativo è che un uomo di spettacolo come Fiorello si sia fatto recentemente carico d’invitare le varie televisioni e giornali a non indugiare con intenti di spettacolarizzazione su avvenimenti cruenti che provengono dalla cronaca nera. Per non parlare, poi, del degrado del linguaggio che ha investito il mondo della politica – dove il «vaffaday» ha ormai fatto scuola – tenuto conto che in una democrazia rappresentativa come la nostra, politici ed amministratori pubblici dovrebbero costituire un punto di riferimento positivo e costruttivo.

La più recente conferma di questa deriva del linguaggio e del confronto politico la si è avuta in occasione del referendum del 4 dicembre scorso, cui si è giunti dopo una delle campagne elettorali peggiori degli ultimi anni, dalla quale è emerso un fondo limaccioso, un misto di aggressività, violenza, risentimenti, la fine di ogni rispetto per l’altro.

Tutto questo esige una riflessione sul modo in cui si è consumato in Italia un divorzio tra civiltà, cultura e politica. Soprattutto, esige un’onesta riflessione, da cui nessuno si senta escluso, su come mai, oggi, l’audience più alta in televisione la facciano sempre quei programmi e quei mestieranti dell’invettiva che in altre epoche ci avrebbero indignato.


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