Il dolore dei bambini, l’appello del Papa

Il dolore dei bambini,
l’appello del Papa

Basta aprire un giornale o seguire un tg per capire perché il Papa ha lanciato ancora una volta un appello per proteggere i bambini: li vediamo morire di fame o per la guerra, maltrattati, sfruttati, resi schiavi, reclutati in gruppi armati. L’Isis in Iraq e Siria li utilizza come scudi umani, Boko Haram in Nigeria come kamikaze, in molti Paesi africani vengono armati e mandati a combattere. Muoiono sui barconi diretti in Occidente, come il piccolo Aylan, oppure sotto i bombardamenti a Mosul o Raqqah, nelle strade di Rio de Janeiro dove sono abbandonati a se stessi, nella baraccopoli di Nairobi dove soffrono la fame, nelle fabbriche pachistane dove lavorano come schiavi.

Anche nei Paesi ricchi una gran parte non viene protetta, come ci spiega Save the Children, soprattutto ora che la crisi economica cancella migliaia di posti di lavoro: vivono nella povertà, in case fredde e buie, non hanno un tavolo su cui giocare o studiare, né i soldi per praticare uno sport o andare in gita scolastica. Il loro sguardo, la loro curiosità, il loro amore rendono noi e il mondo migliore: dovremmo prendercene cura e preoccuparci ogni giorno di creare un ambiente sereno in cui possano crescere sani. Dal mondo, da noi, i bambini si aspettano amore e protezione, pace e sicurezza, comprensione e solidarietà.

Noi adulti siamo la loro guida, la loro fonte di ispirazione: tutelarli e diventare un modello di vita per loro dovrebbe essere lo scopo principale delle nostre azioni.

Non possiamo presentargli fin dalla nascita un mondo pieno di guerre, di violenza, di conflitti politici e sociali, di smog, di odio e discriminazioni e poi chiedere loro di non fare altrettanto con i loro figli quando saranno a loro volta adulti.

Seguiranno il nostro cattivo esempio e così via per generazioni se non iniziamo fin da oggi a dire basta e a prenderci cura sul serio dei bambini di tutto il mondo. Di qui parte l’appello del Papa alla coscienza di tutti, istituzioni e famiglie, affinché il benessere dei piccoli venga tutelato. Il dialogo e la pace devono prevalere sulle guerre, l’amore sull’odio, l’educazione e l’istruzione sull’ignoranza. Ma è proprio l’istruzione, la scuola, ancora una volta, la chiave di volta per aiutare i bambini e il mondo, soprattutto nei Paesi poveri in perenne conflitto.

Aprire scuole nel Sud del mondo e permettere ai piccoli siriani, iracheni, senegalesi, indiani o pachistani di frequentarle squarcerebbe quel velo di ignoranza che impedisce lo sviluppo delle loro nazioni. Crescere sul posto operai qualificati, tecnici, ingegneri, architetti, medici, industriali, preparati anche sul piano umano oltre che lavorativo, nel giro di qualche anno permetterebbe la nascita di una nuova classe dirigente capace di prendere in mano le redini dell’economia locale e a quel punto non parleremmo più di così tante guerre e di ondate migratorie. Puntare e investire sull’istruzione è la strada maestra per dare una possibilità di riscatto ai Paesi poveri.

Il premio Nobel 2014 per la Pace, Malala, in Afghanistan ha condotto una lunga battaglia per il diritto all’istruzione delle ragazze culminata con l’attentato subìto dai talebani nel 2009 quando aveva 12 anni. Iqbal, il ragazzino pachistano che lottava contro la schiavitù dei suoi coetanei nelle fabbriche di tappeti, aveva scritto prima di essere ucciso che «gli unici strumenti di lavoro che un bambino dovrebbe tenere in mano sono penne e matite».

La Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 1989, sottoscritta da 196 Stati, sancisce tra le altre cose che in ogni legge, provvedimento, iniziativa pubblica o privata e in ogni situazione problematica, l’interesse del bambino e dell’adolescente deve avere la priorità.

Gli Stati devono poi impegnare il massimo delle risorse disponibili per tutelare la vita e il sano sviluppo dei bambini, anche tramite la cooperazione tra Stati.

E prevede anche il diritto dei bambini a essere ascoltati in tutti i processi decisionali che li riguardano, e il corrispondente dovere, per gli adulti, di tenerne in adeguata considerazione le opinioni.

Dalle cronache quotidiane tutto ciò sembra lettera morta, ai bambini la politica e le istituzioni internazionali dedicano poco spazio: il grido di dolore del Papa, ancora una volta unico leader mondiale a occuparsi di un tema così centrale per il futuro del mondo, prova adesso a scuotere le coscienze.


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