Il made in Italy
rilancia anche la lingua

l 17 e 18 ottobre scorso, nella splendida cornice di Palazzo Vecchio a Firenze, si è tenuta la seconda edizione degli «Stati generali della Lingua italiana nel mondo» organizzata dai ministeri degli Affari esteri e dell’Istruzione. Dal convegno è emerso che l’italiano è la quarta lingua più studiata al mondo, dopo l’inglese, lo spagnolo e il cinese e viene nettamente prima del francese e del tedesco. Tra l’altro, è proprio in Francia e Germania che la nostra lingua viene più studiata all’interno dell’Unione europea.

Sorprende questo dato se si considera che l’italiano pur avendo origini antiche - è la lingua di Dante che deriva dal volgare toscano trecentesco, ripulito dei tratti marcatamente locali - ha avuto progressiva diffusione nel nostro Paese solo a partire dalla metà del secolo scorso. Per secoli l’Italia è stata patria di numerosissimi e assai espressivi dialetti, mentre l’italiano era la lingua scritta della parte più istruita della popolazione. Secondo una stima di Tullio De Mauro, nel 1861 solo il 2,5% della popolazione era in grado di parlare l’italiano. Si racconta, ad esempio, che Camillo Benso Conte di Cavour, per celebrare l’avvenuta unificazione abbia scritto a Massimo d’Azeglio una lettera in francese. Così, anche, si racconta che nel corso della Prima guerra mondiale due plotoni contrapposti di soldati italiani, rispettivamente lombardi e siciliani, rischiarono la vita a causa del fuoco amico avendo scambiato la lingua degli altri per tedesco. In realtà, proprio il mescolamento degli uomini nelle truppe durante la Prima guerra mondiale ha dato inizio a una prima diffusione della lingua italiana, che è stata successivamente accelerata da migrazioni interne e, soprattutto, dall’utilizzo della radio prima e della televisione poi. Secondo un’indagine condotta dall’Istat, nel 2006 almeno il 91% degli italiani residenti si dichiarava in grado di parlare italiano. Questa relativamente recente affermazione della lingua italiana all’interno del nostro Paese e il suo scarso respiro internazionale - rispetto al francese, all’inglese e allo spagnolo - fanno apparire ancor più singolare il successo nel mondo del nostro idioma, ove si contano più di 2 milioni e cinquecentomila cultori. In realtà, i fattori di appeal della nostra lingua all’estero non sono pochi. Anzitutto, l’arte e la cultura plurisecolare del nostro Paese, che hanno svolto un ruolo centrale nella storia della civiltà occidentale. L’italiano è la lingua comunemente usata dalla Chiesa cattolica nel Vaticano ed è quella corrente in alcuni importanti ordini religiosi (salesiani e gesuiti). L’emigrazione portentosa del passato ha contribuito a trasmettere la nostra lingua alle generazioni seguenti. L’italiano è il lessico specifico del melodramma e della lirica che, a partire dall’Ottocento si sono affermati in tanti paesi. Ma al successo dell’italiano nel mondo contribuiscono anche eccellenze della contemporaneità, come il «made in Italy», in prima linea in settori come la moda e il design. Ancora, la larga diffusione di molti prodotti alimentari come formaggi, salumi e soprattutto vino e olio d’oliva, emblemi della dieta mediterranea. Per consumare correttamente questi prodotti, infatti, è necessario saper leggere almeno le etichette che riportano le loro caratteristiche tipiche.

Dagli Stati generali della lingua italiana di Firenze è emerso che l’interesse per lo svolgimento di attività lavorative nei settori della moda e dell’alimentare ha prodotto un incremento di oltre 400.000 studenti di italiano nel 2015/2016. Partendo da questo dato è stata sottolineata la necessità d’individuare idee e strategie per una politica che tenga conto delle nuove condizioni del mercato delle lingue e della competizione culturale nel mondo globalizzato. Questa politica potrebbe consentire di valorizzare le potenzialità del patrimonio italiano e attivare connessioni fra promozione della lingua e cultura e promozione dell’economia. Sarebbe interessante, ad esempio, che le nostre università sfruttassero questo successo della nostra lingua all’estero per attirare sempre più studenti stranieri in Italia e favorire, in tal modo, futuri rapporti economici e culturali con imprenditori e classi dirigenti di molti paesi in rapido sviluppo economico.

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