Il Medioriente un fronte bollente

Il Medioriente
un fronte bollente

Dimenticate buona parte delle cose che avete letto fin qui: il collasso del Califfato, il cambio della guardia alla testa dell’Arabia Saudita, il peso crescente della Russia e la mancanza di una chiara politica americana stanno sconvolgendo gli equilibri del Medio Oriente. Non siamo più di fronte tanto al tradizionale scontro tra sunniti e sciiti, quanto a un intreccio di nuovi conflitti e di nuove alleanze dall’esito quanto mai incerto. Perfino Israele, che finora si era tenuta abilmente fuori dalla mischia, rischia di rientrarvi, perché non può
restare inerte davanti al tentativo dell’arcinemico iraniano di creare un «corridoio sciita» che, attraverso Iraq, Siria e Libano (dove ormai i suoi alleati Hezbollah la fanno da padroni) gli consenta di arrivare alle sponde del Mediterraneo: a Gerusalemme, infatti, ci si prepara a una nuova avventura militare libanese, per impedire questo tentativo di accerchiamento.

Uno dei principali fattori scatenanti di questo rimescolamento di carte è stata la decisione di re Salman d’Arabia di nominare il figlio trentunenne Mohammed bin Salman erede al trono, al posto di Mohammed bin Nayef, nipote del re Salman d’Arabia, ex ministro degli Interni e uomo di fiducia degli americani. Questa settimana è trapelato che si è trattato di un vero e proprio golpe, con il principe Mohammed bin Nayef convocato a palazzo e chiuso in una stanza per una notte fino a quando non ha rinunciato ai suoi diritti. Sembra che, in seguito, il Consiglio del Regno abbia ratificato la decisione con 31 voti su 34, ma non tutti nella famiglia reale l’hanno presa bene.

La liquidazione del cugino ha infatti reso il giovane Mohammed bin Salman, che già era ministro della Difesa e a capo dell’Aramco, uno degli uomini più potenti della regione, con idee «rivoluzionarie». I risultati si vedono già: è stata intensificata la guerra contro gli Houti dello Yemen, alleati di Teheran; il gruppo delle potenze conservatrici sunnite ha messo sotto scacco il Qatar, accusato di finanziare il terrorismo, alimentare il dissenso attraverso la Tv Al Jazeera e soprattutto di avere rapporti troppo stretti con i nemici iraniani; una sorte simile potrebbe toccare a breve all’Oman, sunnita ma anche lui non abbastanza allineato con le altre potenze del Golfo nello scontro con Teheran. Inoltre, Mohammed bin Salman si è messo in rotta di collisione con la Turchia, anche lei sunnita ma grande sostenitrice del Qatar, dove ha una base militare. Infatti, il piccolo sultanato ha potuto resistere finora a tutte le pressioni, aggirando l’embargo impostogli grazie all’aiuto proprio di Ankara e di Teheran. Ma l’ultimatum, anche se scaduto, rimane in piedi, e il giovane erede al trono saudita non è tipo da pazientare all’infinito. Per coprirsi le spalle, ha cercato di ristabilire un rapporto più stretto con gli Usa in occasione della visita di Trump a Riyad, ma il presidente americano, pur ribadendo la sua ostilità agli accordi conclusi da Obama con l’Iran, non sembra avere le idee molto chiare su come procedere in questo guazzabuglio.

Nonostante la riconquista di Mosul, l’Iraq, che gli americani continuano ad assistere con almeno diecimila uomini, non riesce a ricomporre la sua unità. Le milizie sciite decisive nella battaglia per l’ex capitale del Califfato sono già in forte attrito con quel che rimane della popolazione sunnita della zona, e poco più a nord i Curdi, che si sono rivelati essenziali sui campi di battaglia, si preparano a un referendum per trasformare la loro già larga autonomia in indipendenza. Ma non vanno d’accordo tra loro e neppure con i Curdi siriani (gli eroi del famoso assedio di Khobane che ha segnata la prima seria confitta dell’Isis) che i turchi considerano dei terroristi. In Iraq ci siamo anche noi, a guardia della grande diga sull’Eufrate, alla cui riparazione lavora una ditta italiana; ma ormai la nostra presenza ha sempre meno senso.

Nella vicina Siria, la situazione è se possibile ancora più intricata, perché è piena di conflitti «triangolari». Il Libero esercito siriano, appoggiato dagli Usa (almeno fino all’incontro «segreto» Trump-Putin ad Amburgo) ma composto da un mix di milizie non sempre in armonia tra loro, combatte su due fronti: da un lato, è con i Curdi il principale protagonista della battaglia di Raqqa, tutt’altro che finita, dall’altro è in conflitto con le forze di Assad ed i suoi alleati per impedire loro di riappropriarsi di una fetta troppo grande del Paese. La tregua negoziata da Trump e Putin ad Amburgo nella provincia meridionale di Deraa, infatti, non c’entrava con l’Isis ma riguardava proprio questo scontro, che ha già prodotto l’abbattimento di un aereo siriano da pare degli americani e una conseguente brusca reazione dei russi, che hanno intimato agli aerei Usa di non penetrare più in quei cieli.

Per molti osservatori, non solo la regione non potrà mai essere veramente pacificata, ma se anche uno solo dei protagonisti facesse un colpo di testa, il conflitto potrebbe assumere dimensioni ancora più preoccupanti.


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