Salario e Marchionne Una sfida da giocare

Salario e Marchionne
Una sfida da giocare

La proposta di Sergio Marchionne di una nuova politica retributiva basata su bonus legati a risultati di produttività, di qualità e di redditività va presa seriamente in considerazione. Lo si voglia o meno, rappresenta una novità destinata ad incidere sulle relazioni industriali. È stato osservato che altre aziende del settore auto prevedono contratti e intese – la stessa Chrysler – che legano una parte della retribuzione ai risultati, ma sono aziende estranee al modello di relazioni industriali che, dal secondo dopoguerra ad oggi, ha dominato nel nostro Paese.

È il segno che la nuova compagnia Fiat Chrysler si raffigura come azienda globale e cosmopolita. Non sarà solo in grado di assorbire i diversi modelli di organizzazione del lavoro in essere o in via di sperimentazione in atto in altri Paesi, ma anche i modelli relazionali. Siamo di fronte a una dinamica evolutiva che obbliga a riflessioni diverse da quelle che molti di noi hanno praticato nel passato. Non è un caso che John Elkann, presidente di Fca, abbia aperto l’assemblea sottolineando il che per la prima volta gli azionisti si riunivano «in un luogo diverso dagli Stati Uniti e dall’Italia» e che questo assumeva un valore simbolico poiché «con Fca tutto è cambiato per sempre». Si potrà dire che ci sono di mezzo anche questioni fiscali, ma non possiamo fermarci a questo. Bisogna cercare di cogliere il senso e il significato del mutamento di strategia e la sua complessità. Stiamo assistendo a qualche cosa di inedito che vede le nostre grandi imprese tendere a internazionalizzarsi, a farsi imprese globali. Possono fare diversamente? Quali vantaggi ne trarrà il nostro sistema economico e produttivo? E l’occupazione? Sono domande che interrogano tutti.

Per rispondere occorre che si mettano da parte le vecchie analisi sul capitalismo. Quanto sta accadendo apre lo spazio a una nuova lettura delle attuali realtà economiche e finanziarie. Il capitalismo del XXI secolo è molto diverso da quello che ha prevalso all’inizio del XIX, e per funzionare avrà sempre più bisogno dell’intervento correttivo e autonomo della società. Occorre anche tenere presente che è cambiata anche la soggettività delle persone e dei lavoratori. Pur restando collocata in un rapporto sostanzialmente asimmetrico, si è trasformata la loro condizione sociale e culturale: fortunatamente non possiamo più parlare di proletari ma di ceto medio, ovvero di persone che posseggono qualche cosa in più della «forza lavoro» e della prole. Negli ultimi vent’anni le professionalità, le competenze e la soggettività di lavoratrici e lavoratori si è arricchita di tanti saperi, conoscenze, relazioni e comunicazioni che non permettono più una collocazione classista.

Ed è proprio in virtù dei cambiamenti cui assistiamo che si rende visibile l’utilità del sindacalismo e non la sua negazione. La frammentazione individualista per valorizzare la persona ha bisogno di un collante e di un nuovo sindacalismo. Ora Marchionne propone un diverso impianto salariale e lo lega ai risultati di produttività e di qualità, in pratica tende a rendere i dipendenti più legati e partecipanti ai risultati dell’impresa. Non potrà però sfuggire, nel declinare questo modello, dalla messa in tensione permanente del rapporto asimmetrico che ancora esiste tra impresa (e suo management) e lavoratore dipendente, soprattutto se le capacità e le competenze tenderanno a crescere sotto la spinta della rivoluzione tecnologica in corso. Dunque, se una parte del salario è legata a obiettivi, chi e come si decide il loro perseguimento e come si verifica il risultato? È chiaro che non lo può fare l’azienda da sola. Sorge dunque la questione della partecipazione a decisioni e verifiche. Un dipendente può prendere un buon salario e incrementarlo con la crescita della produttività, ma quando si sono stabiliti questi criteri non può non contare nulla, vorrà conoscere e valutare.

Qui si pongono due modalità: la presenza dei lavoratori negli organi dove si prendono le decisioni (in Germania esiste il «consiglio di sorveglianza»); i lavoratori diventano proprietari di una quota di azioni (negli Usa questa formula è legata prevalentemente alla dimensione previdenziale, ai fondi pensione). L’azionariato dei lavoratori può diventare un elemento connettivo dell’impresa e avere voce pesante sulle questioni occupazionali. La partecipazione dei lavoratori strutturata in organismi di controllo e di cogestione può essere lo strumento per evitare le degenerazioni di un capitalismo svincolato da ogni altro apporto. Bisogna anche tenere conto che il modello partecipativo non si applicherà come si è fatto con i contratti collettivi, in modo uniforme e generalizzato. Ciò che va bene per Fca non è detto che vada bene per tutto il Paese. Per le piccole e medie aziende, ad esempio, servirà un modello tarato sulla loro dimensione.

Tutto questo richiede maggior unità del mondo del lavoro, poiché è proprio questa che può,mettere in tensione l’asimmetria che ancora esiste tra capitale e lavoro. Vanno superate le diffidenze – senza banalizzarle – che storicamente la Cgil esprime. Ma le vere resistenze saranno quelle molto forti da sempre espresse da Confindustria. Partendo da queste considerazioni, penso che la sfida lanciata da Sergio Marchionne vada colta. Sono proprio i suoi limiti che obbligano a confrontarsi: quando una porta pensata chiusa si socchiude occorre essere lesti ad infilarci il piede. Un tempo si poteva pensare di dare spallate alla porta, oggi si rischia di lussarsi la spalla.


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