Informazione e demagogia

Informazione
e demagogia

«Penso non ci siano più dubbi che esista il pericolo che le elezioni italiane siano contaminate dalle fake news». Così la presidente della Camera Laura Boldrini. Se la prendiamo sul serio, l’affermazione è inquietante. Sono in gioco le elezioni e la preoccupazione è espressa da una delle massime cariche dello Stato. L’allarme sullo stile della comunicazione pubblica, circolante su internet, spregiudicata e senza controllo, sembra un brusco risveglio o una disillusione rispetto all’esaltazione, a lungo praticata, della rete quale promessa di una trasparenza assoluta e di una democrazia finalmente senza intermediari. Sarebbe stato invero più prudente un atteggiamento dall’origine più cauto, a prescindere cioè dalle attuali degenerazioni.

L’attività politica è infatti quella che, tra tutte, richiede strutturalmente il massimo delle mediazioni, non il minimo. Essa è la più complessa, non la più semplice, poiché ha da tenere conto della molteplicità dei bisogni e degli interessi, cui dunque – in democrazia - bisogna dare parola e che occorre avviare a un confronto alla ricerca delle priorità e delle mediazioni possibili.

L’azione politica in un contesto democratico è ricerca del consenso e quindi instancabile mediazione da cui trarre le priorità. Se questo è l’orizzonte, per quanto ideale, per un’azione politica democratica sono fondamentali i legami e, quindi, i corpi intermedi (le «formazioni sociali» di cui parla la Costituzione). Essi colmano il divario tra il livello politico e l’individuo singolo, consentendo a questo di acquisire conoscenza più diretta della pluralità dei bisogni e degli interessi e dunque di ascendere a maggiore consapevolezza della complessità con cui la decisione politica deve fare i conti. Altrimenti il rischio di una semplificazione pericolosa, provenga essa dal basso o, interessata, dall’alto, è inevitabile.

La disintermediazione dà solo la vertigine della democrazia, alimentando l’illusione di un contatto diretto con la dimensione del potere o addirittura della «verità», ma condannando l’individuo a fatale subalternità, esposto com’è alla manipolazione dell’informazione e del potere stesso. Da questa prospettiva, per la democrazia sono egualmente pericolosi i «legami senza parola» e la «parola senza legami». I primi – i legami privi di parola – sono tutte quelle relazioni a cui manca però la dimensione del dialogo e del confronto uguale, che diventano per questo luogo di poteri privati e di condizionamento.

Le formazioni sociali, dalla più piccola (la famiglia) a quelle più prossime all’ambito politico (sindacati e partiti), svolgono la loro funzione democratica se e solo se precostituiscono e sperimentano un’attitudine al dialogo e alla composizione degli interessi plurali.

La parola senza legami, proprio come molta di quella che circola su internet, è invece quella comunicazione che non sia controllata da una previa relazione che possa discernerne l’affidabilità. Essa diventa fatalmente irresponsabile e, comunque, risulta schiacciata su un unico piano, come è accaduto nel caos delle prese di posizione, a ruota libera, sulle vaccinazioni, in cui parola esperta o improvvisata, equilibrata o massimalista, hanno trovato pressoché uguale risalto. La rete è come un mare aperto. Il rischio di perdervisi in maniera irreparabile è alto. Fondamentale, per chi vi navighi, è l’ancoraggio a qualche porto sicuro e cioè in relazioni reali che additino rotte, anche nuove, affidabili.

Se si parte da questi legami, la navigazione è resa più sicura da bussole e punti di orientamento. Per questo a mio parere, per la democrazia, anziché il mare aperto della rete, la priorità è oggi ricreare legami affidabili, che offrano alla persona ancoraggi e criteri di discernimento fondamentali per affrontare anche le questioni politiche di larga scala. La dimensione locale – comunale anzi tutto – della politica offre al riguardo una risorsa preziosa. In essa si riproducono, come in un microcosmo, le difficoltà e le sfide della politica: il dialogo tra fedi e confessioni, la paura e l’insicurezza, la povertà e la mancanza di lavoro…

Solo che nella dimensione del territorio, anziché una parola lontana, la politica mette in campo la ricchezza di relazioni, di volti, di incontri, da cui può nascere una responsabilità possibile, per quanto esposta al tradimento o alla delusione. È tempo, per la democrazia, di rilanciare la dimensione del legame e del «legame di legami» (il federalismo appunto), piuttosto che consegnarsi alle parole urlate nel vuoto della rete.

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