Intesa dei sindacati segno di novità

Intesa dei sindacati
segno di novità

Immersi nel tourbillon della campagna elettorale sulla modifica costituzionale, non mi sembra si sia prestata grande attenzione a un fatto di significativa rilevanza sociale e politica come l’accordo siglato unitariamente per il rinnovo del contratto nazionale dei lavoratori metalmeccanici e del pubblico impiego. La valenza social-politica di questa intesa è soprattutto evidenziata dai metalmeccanici: dopo anni di rinnovo del contratto senza l’adesione della Fiom Cgil, ora si è raggiunta un’intesa unitaria.

Questo fatto può rappresentare il ritorno sulla scena del sindacato dopo anni di marginalizzazione, che ora sarà chiamato a dimostrare fino in fondo il valore della sua autonomia rispetto alla politica. L’Italia, la nostra democrazia e, soprattutto, il mondo del lavoro hanno bisogno di un sindacato forte e libero da velleità politiche. Di un sindacato fortemente autonomo, propositivo e partecipativo ne ha bisogno la politica per ritrovare la sua vera dimensione e uscire dalla politica politicante a cui stiamo assistendo in questi giorni, che sembra infarcita da dietrologie, molti opportunismi e troppi tatticismi che mirano più alla ricerca di effetti mediatici che non a proporre riferimenti ideali e programmatici.

Nell’analisi dei fatti sindacali non si può più ricorrere ai vecchi e gloriosi paradigmi, ma avere la consapevolezza del trovarsi dentro una fase di evoluzione del capitalismo mondiale, di fronte a fenomeni geopolitici che segneranno i tratti della nuova fase della globalizzazione e che fino a poco tempo fa erano imprevisti, ma anche allo sviluppo impetuoso e pervasivo delle nuove tecnologie nell’organizzazione del lavoro, al rischio che i robot «rubino» e sostituiscano il lavoro umano. Sono temi che richiedono non solo un rinnovamento della politica e delle istituzioni, ma di tutte le forme della rappresentanza. Un sindacato debole, incerto e in difesa, come lo è stato negli ultimi anni, non favorisce i processi innovativi di cui si ha bisogno per uscire dalla crisi ma lascia spazi liberi alla conservazione e al risentimento, come s’è evidenziato nelle elezioni presidenziali statunitensi. Nonostante la retorica esagerata sulla morte della contrattazione collettiva, i sindacati hanno dimostrato che essa resta, anche se in forme nuove, uno strumento essenziale non solo per l’incremento della produttività e per la distribuzione del reddito ma anche per innescare processi di innovazione sociale che le tante caratterizzazioni presenti nel contratto (previdenza, sanità, recupero inflazione, diritto alla formazione) stanno ad indicare. Pratiche certamente innovative che rispondono con molto realismo alla situazione attuale e che essendo il frutto di un’intesa sindacati- imprenditori, possono ora essere socializzate e segnare il futuro delle relazioni sindacali. La contrattazione collettiva nazionale e aziendale può oggi svolgere un ruolo importante anche per l’integrazione sociale dei lavoratori immigrati.

Dal punto di vista simbolico e della volontà di ripristinare corrette relazioni è stato importante e responsabile che Federmeccanica abbia abbandonato lo schema del «decalage» (restituzione dell’inflazione in percentuale progressivamente inferiore negli anni) e accettato la restituzione dell’inflazione al 100%.

La firma dei contratti non deve essere fine a sé stessa, ma servire ad aprire una nuova stagione di attenzione al lavoro del futuro, in tutta la sua ampiezza e diversità. I cambiamenti resi possibili dalla tecnologia sono un fattore importante e stanno producendo un cambiamento culturale molto profondo nella cultura sociale e personale: sono in campo nuove modalità per quanto riguarda le forme e i modi con cui si organizza il lavoro ma che avranno ricadute sull’intera organizzazione sociale e personale.

L’individualizzazione delle persone è diventata una tendenza storica che non si limita più al mondo dei consumi ma che chiede nuove forme di organizzazione della vita, nuovi diritti civili e diverse opportunità. Non si potranno più racchiudere le nuove esigenze e i nuovi bisogni nella condizione economica-reddituale o affidare i bisogni sociali a un eccessivo e invadente e molte volte inefficiente statalismo. E questo significa organizzare un nuovo intreccio tra lavoro produttivo e lavoro di cura, modificando il tempo di lavoro. Il sindacato deve prendere atto che si sta rafforzando l’esigenza di una vita privata degna di questo nome e di un lavoro dignitoso che si adatti alle situazioni di vita e dell’ambiente.

Inoltre bisogna trovare nuovi modi per combinare un alto livello di occupazione con la partecipazione nel lavoro. Garantire salari equi e nuova sicurezza sociale è essenziale, ma soprattutto occorre rintracciare buone soluzioni in materia di formazione iniziale e continua che consentano di modellare il cambiamento tecnologico e aiutare i lavoratori ad affrontare un mondo di lavoro sempre più caratterizzato da maggiori diversità, discontinuità e incertezza e assicurare che le aziende possano trovare i lavoratori qualificati di cui hanno bisogno.


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