Intesa Trump-Kim
Gli Usa guidano

Tra i tanti politici che ambiscono a passare alla storia, è curioso che rischi di farcela proprio un non-politico come Donald Trump, il presidente disprezzato da chi gli dovrebbe ubbidienza, insultato dai divi, sottostimato (è un eufemismo) dai giornalisti di tutto il mondo. E non è difficile immaginare quanto debba essere costato ai notabili del Partito repubblicano paragonarlo, in un tweet ufficiale, al Ronald Reagan che invitava Mikhail Gorbaciov ad abbattere il Muro di Berlino. Questo paradosso è il primo e forse più evidente risultato del clamoroso incontro di Singapore tra il presidente Usa e il suo più giovane e rissoso collega del mondo, Kim Jong-un, presidente della Corea del Nord dal 2011, quando aveva solo 28 anni.

Altro bell’esempio, Kim, di non-politico disprezzato e ora pronto a entrare nei manuali. L’accordo che i due hanno sancito con tanto di sorrisi e strette di mano potrebbe in effetti cambiare il volto di una parte importante dell’Asia. Esso infatti prevede l’impegno a «lavorare per la completa denuclearizzazione della penisola di Corea», cioè a spegnere per sempre un focolaio di guerra e di tensione acceso dal 1953. Con le relative conseguenze: sviluppo economico per la Corea del Nord, serenità per quella del Sud, in prospettiva lontana la possibile riunificazione delle due Coree. Con un non detto che aleggia sull’intera questione, ovvero quel processo di «annusamento» reciproco tra Trump e il presidente cinese Xi Jinping, già evidente nelle ipotesi di accordo commerciale tra le due potenze dopo l’improvvisa e breve guerra dei dazi, che deve avere avuto il suo peso anche nella pace improvvisamente scoppiata tra Usa e Corea del Nord che solo sei mesi fa si minacciavano con la guerra nucleare.

Come sempre, servirà un po’ di tempo per capire se dietro lo show di Singapore c’è anche sostanza politica. Per accertare se gli Usa, quando parlano di «denuclearizzazione», intendono quella della sola Corea del Nord (peraltro già in atto) o se sono disponibili a ridurre anche il proprio apparato bellico. E se le strette di mano verranno tradotte in un vero trattato di pace, che manca appunto dal 1953 (allora fu firmato solo un armistizio) e dovrebbe comunque coinvolgere anche la Cina che partecipò al conflitto. È comunque lecito festeggiare. Oggi c’è un po’ più di pace nel mondo, domani si vedrà. In ogni caso, non è per questo che Trump rischia di passare alla storia. Tanti presidenti hanno fatto buoni accordi e una brutta fine. Richard Nixon, per esempio, che nel 1972 «firmò» uno storico disgelo con la Cina comunista e nel 1974 fu costretto a dimettersi per lo scandalo Watergate. Quello in cui Trump sta riuscendo, piaccia o non piaccia, è ben altro. Lui sta demolendo quel sistema internazionale di concertazione che gli Usa rispettavano, e spesso fingevano di rispettare, per conservare l’immagine di una benevola leadership del mondo occidentale.

A Trump dell’immagine non importa nulla. Quando è arrivato a Singapore aveva appena finito di mandare a quel Paese il premier canadese Trudeau e gli altri Paesi del G7 (Francia e Germania in primo luogo) che volevano portarlo a più miti consigli sulle guerre tariffarie. E dopo l’incontro con Kim Jong-un, si è sbrigato ad annunciare l’intenzione di smetterla con le esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud, che sono «incredibilmente costose» e meno utili nel nuovo clima di distensione inaugurato con la Corea del Nord.

La morale trumpiana, insomma, è che l’America va e che gli altri devono impegnarsi a seguirla. Se no, peggio per loro. I dazi, Gerusalemme capitale, la disdetta dell’accordo nucleare con l’Iran e le sanzioni che potrebbero colpire anche le aziende europee, la distensione con la Corea del Nord. Monologhi americani, con tutti gli altri ridotti a comprimari. E dal punto di vista degli Usa, sta funzionando. Può darsi benissimo, come molti esperti ci spiegano ogni giorno, che Trump sia un rozzo e impreparato miliardario finito per caso alla Casa Bianca. Però c’è una logica nella sua follia, o in quella di chi gli dice che cosa deve fare. Cina e Russia, a modo loro, si sono attrezzate. L’Europa, invece, sembra un pugile sulle gambe, ancora intontito dai colpi ricevuti. Ci servono i sali, e alla svelta.

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