La Germania si beve la medicina europea

La Germania si beve
la medicina europea

Matteo Renzi incontra la signora Merkel al vertice di Firenze. E già ieri sera alla cena di gala sono echeggiate le parole della cancelliera tedesca, pronunciate in quel di Davos: «Ci sono sforzi di riforme anche in Italia...». È chiaro in Germania che l’impegno del governo italiano c’è, quello che manca è il tempo, perché il Sud d’Europa sta diventando una polveriera. Sinora si è perseguita la politica del calo dei prezzi e questo spiega perché a Berlino si ostinano a dire che la deflazione non è un pericolo imminente.

A loro va bene così: l’inflazione è minima, la moneta sicura e il cambio, in ragione della presenza dei Paesi deboli della cosiddetta periferia, sufficientemente basso per favorire le loro esportazioni. I costi sociali infatti sono tutti a carico del Sud Europa, l’economia ristagna, le fabbriche chiudono, la disoccupazione aumenta. L’ideale sarebbe che al Nord crescessero i prezzi per dare omogeneità all’area euro. Ma si tratta di Paesi competitivi, in grado di stare al passo con i mercati, e con una bassa inflazione tengono le posizioni. Il livello di indebitamento non è da allarme rosso come in Italia e quindi non hanno il problema di alleggerirlo con una svalutazione strisciante figlia di un tasso di inflazione più elevato.

Ora è evidente il dilemma di Draghi: deve conciliare due aree economiche tra Nord e Sud Europa quasi antitetiche, ma all’interno di una moneta unica. I tedeschi hanno come primo obiettivo la stabilità dei prezzi e la lotta all’inflazione. Fossero costretti ad adeguarsi agli altri Paesi, e quindi a negarle, di certo uscirebbero dall’euro. L’accordo dell’ex cancelliere Kohl e del suo ministro delle finanze Theo Weigel era che la Bce seguisse la stessa politica di rigidità seguita con successo dalla Bundesbank per decenni. Ma con Paesi con ben altre culture finanziarie abbiamo visto che non funziona. La vera soluzione sarebbe che i Paesi in difficoltà avviassero le loro economie alla competitività e quindi ad un aumento della produttività. Il che è possibile ma ha una grande controindicazione: ha bisogno di tempo. Quanti anni di recessione, disoccupazione, peggioramento delle condizioni di vita sono disposti a sopportare gli italiani e i loro concittadini dei Paesi in crisi?

Il malessere non può durare a lungo in Europa. Basti guardare gli indici di crescita dei partiti cosiddetti populisti: in Grecia Syriza è dato vincente alle prossime elezioni, in Spagna il movimento Podemos è in avanzata per le prossime consultazioni d’autunno, in Italia per un Grillo che va giù c’è un Salvini che va su. Per non parlare della Francia di Marine Le Pen. Morale: con il suo Quantitave easing Mario Draghi compra essenzialmente tempo. Deve mediare fra l’esigenza dei tedeschi di non accollare sul loro bilancio nazionale i prestiti concessi ai Paesi in difficoltà, e la necessità di non far saltare la coesione sociale negli altri membri dell’area euro. La Bce ufficialmente immette denaro per raggiungere il tasso di inflazione al 2% previsto dal suo statuto con due obiettivi: far svalutare nel tempo i debiti dei Paesi del Sud e al contempo far calare il cambio dell’euro sul dollaro, quindi favorire le esportazioni.

Per un rilancio della domanda o degli investimenti i dubbi sono tanti. Nonostante i mugugni l’opinione pubblica tedesca accetterà la medicina e certamente l’industria che vede in un euro svalutato un incentivo ulteriore ad aumentare le quote di mercato nei Paesi extraeuropei. Angela Merkel ringrazia Draghi per il lavoro sporco che lo espone alle critiche feroci dell’establishment tedesco e si tiene però una porta aperta: chi non gliela fa con le riforme pensi a cosa succede se gli interessi raggiungono livelli normali. Cioè alti.


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