La giustizia come clava Chi paga il danno
Guido Bertolaso, ex direttore del Dipartimento della Protezione civile

La giustizia come clava
Chi paga il danno

Il tema della giustizia in campagna elettorale è trattato solo nella forma repressiva, una sorta di cura alle paure e alle insicurezze che serpeggiano nel nostro Paese. Con alcune punte tragicomiche. Nel talk show «Non è l’arena» si parlava appunto di sicurezza e il conduttore Massimo Giletti si è esibito in un isterico lamento contro le pene alternative alla detenzione, che sarebbero responsabili della microcriminalità, non sapendo (o fingendo di non sapere) che quelle pene hanno una recidiva (la possibilità di tornare a compiere reati una volta scontata la pena) del 19%, contro il 70% per chi sconta la condanna interamente in cella.

La giustizia è un ambito molto più grande, che non può essere ridotto alla caccia al ladro o alle sue note scarsità di risorse umane. Giustizia è anche il modo di concepire il rapporto fra i reati, i suoi presunti esecutori e le modalità di espiazione della pena. Il tasso di civiltà di un Paese si misura anche da questo rapporto. E l’Italia non è messa bene, seppure l’articolo 27 della spesso citata Costituzione sia a questo proposito molto chiaro: «La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Leggendo i giornali e guardando le tv si ha l’evidenza che questo articolo della Carta è oltraggiato, soprattutto laddove dice che «l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva».

A questo proposito la campagna elettorale ha oscurato alcune notizie che hanno del clamoroso, se guardate con occhio non giustizialista. L’8 febbraio scorso Guido Bertolaso, ex direttore del Dipartimento della Protezione civile, dopo otto anni è stato assolto dal Tribunale di Roma dall’accusa di corruzione, nell’ambito del processo alla «cricca» accusata di aver pilotato gli appalti e le commesse legati al G8 alla Maddalena e a «grandi eventi». Bertolaso ai quei tempi godeva di grande stima da parte degli italiani per come aveva condotto la Protezione civile nei soccorsi alle popolazioni terremotate dell’Abruzzo. Con un atteggiamento tipicamente italiano, finì nella polvere quando venne raggiunto dall’avviso di garanzia.

A gennaio invece si è chiusa dopo 14 anni la vicenda giudiziaria che ha coinvolto Finmeccanica, fiore all’occhiello delle nostre aziende pubbliche, uno dei più grandi costruttori cantieristici al mondo e l’unico a livello internazionale capace di realizzare tutte le tipologie di mezzi navali a elevata complessità: l’accusa ai vertici era di aver ricevuto tangenti in cambio di commesse militari all’India. Il presidente Giuseppe Orsi finì in carcere per 80 giorni, l’India cancellò le commesse a vantaggio della Francia. La sentenza di Appello bis del Tribunale di Milano ha stabilito che non ci fu corruzione ma l’inchiesta ha generato un danno al made in Italy e ai posti di lavoro.

La giustizia senza la prudenza genera mostri: a questo esito concorrono i grandi media, nella sproporzione tra il racconto amplificato delle inchieste al loro insorgere e l’oblio quando l’esito è assolutorio. C’è una responsabilità che chiama in causa anche la categoria dei giornalisti quindi. Un caso emblematico è avvenuto nel maggio scorso. Un kamikaze di origini islamiche si fa esplodere alla Manchester Arena dove è in programma il concerto di Ariana Grande, provocando 22 morti. Un residente di Seggiano, nel Milanese, posta uno scritto sulla bacheca Facebook di un giornalista: ha sentito festeggiare per l’attentato nel bar vicino casa, frequentato soprattutto da immigrati. La presunta notizia diventa virale. Il giorno dopo al bar si presentano le telecamere per le dirette televisive e parte la ridda di commenti dei politici. Intanto i carabinieri indagano e scoprono che all’ora della strage (le 23,30 italiane) il bar era chiuso. Vengono indagate cinque persone: il residente che ha segnalato il fatto falso, due giornalisti, il conduttore di una trasmissione (per diffamazione aggravata) e la responsabile di una testata (per omesso controllo). Un’informazione responsabile e non pressapochista, che non sia cassa di risonanza di eventi giudiziari ancora da certificare e di linciaggi mediatici: anche da questo si misura il tasso di civiltà di un Paese.

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