La riforma Rai
e quel vuoto di potere

Niente di nuovo sul fronte dei media. La bocciatura del piano editoriale dell’informazione Rai stilato da Carlo Verdelli, direttore editoriale delle news (che si è dimesso) non fa che confermare un teorema valido sostanzialmente dal 1975: la Rai è irriformabile da oltre 40 anni. L’unica, vera, grande riforma avvenne nel 1975 con l’ingresso dei partiti antagonisti alla Democrazia Cristiana e la divisione in tre reti, una cattolica, una laica, l’altra di sinistra.

Fondamentalmente da allora non è cambiato nulla e va in onda sempre lo stesso palinsesto. Tutti i vari tentativi sono falliti, o hanno portato a qualche rimaneggiamento, fotografando al massimo la situazione storica e di potere in cui avveniva il rimaneggiamento, come la legge Mammì o la legge Gasparri.

La battuta più bella su Verdelli, stimatissimo giornalista esterno alla Rai con 40 anni di mestiere, già direttore della Gazzetta dello Sport, l’ha fatta il solito «outspoken» Carlo Freccero: «Ci voleva una persona estranea per togliere la forfora alla Rai, però Verdelli doveva imparare a tagliare anche i capelli». Dove la forfora, nella metafora del consigliere di amministrazione, sta a indicare la tendenza all’autoconservazione, mentre il taglio di capelli è la capacità di riformare il «cliente» senza indispettirlo o, peggio, infastidirlo. Tagli come si deve, in Rai, li hanno saputi fare solo «figaro» Biagio Agnes e il gran coiffeur Ettore Bernabei, ma erano altri tempi, appunto. Chi cercasse nei contenuti del piano una motivazione della bocciatura annunciata da parte del cda Rai non troverà mai la verità completa. Contro il trasferimento del Tg2 a Milano, contro la divisione in cinque macroaree delle testate regionali (un’idea della Rai dei professori, risalente al 1994), contro la fondazione di una testata in inglese e in un telegiornale del Sud ci saranno stati sicuramente molte forze contrarie, tra i 1.700 giornalisti e i 13.500 dipendenti. Ma tutto questo si sarebbe risolto se sullo sfondo si fosse venuto a capo della solita zona grigia di equilibri saltati, poteri centrali e periferici, correnti di vario tipo. Per tutto questo ci vuole un mandato molto forte. Se si riforma, in Rai, inevitabilmente si finisce per scontentare qualcuno.

Un qualcuno che spesso è maggioranza in consiglio di amministrazione. Riformare le redazioni regionali? Figuriamoci, le redazioni regionali sono spesso l’interfaccia dei poteri locali, quale politico rinuncerebbe al suo orticello informativo? E dunque al fondo di tutto, per capire fino in fondo, non dobbiamo dimenticare il vuoto di potere che sta attraversando la Rai nel passaggio dal governo Renzi (di cui il presidente e direttore generale Campo Dall’Orto, in pratica plenipotenziario, è espressione) al Governo Gentiloni. Morale: l’outsider Verdelli forse ha scelto il momento sbagliato per presentare il suo piano editoriale.

Il problema della Rai sta tutto nella sua ambiguità ibrida di azienda all’avanguardia ma a metà tra pubblico e privato. Dispone del canone che gli dà grandi risorse capaci di galleggiare sul mercato anche quando il mercato va male (nella pubblica amministrazione, come è noto, non ci sono licenziamenti), ma è costretta a strizzare l’occhio ai programmi superpopolari per guadagnare pubblicità. E dunque non dispone dell’autonomia tipica delle private ma nemmeno della libertà di fare solo Tv di qualità (come alla Bbc). Campo Dall’Orto aveva avuto carta bianca da Renzi, ma non è detto che il nuovo inquilino di Palazzo Chigi gli confermi la fiducia. E dunque non resta che aspettare le prossime dimissioni, o la prossima bocciatura. Nel frattempo le altre broadcasting private, vecchie e nuove, se la ridono, anzi sghignazzano di gusto.

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