La sfida di una scuola davvero per tutti

La sfida di una scuola
davvero per tutti

Ventenne, l’ultima maturità nata nel ’900 sta per lasciarci. Come il lamantino che si inabissa, il galagone che occhieggia nella notte, spariranno quizzone e conteggi e dall’anno prossimo gli studenti saranno alle prese con sole due prove scritte, ma con alternanza e Invalsi portati dentro la valutazione finale dell’esame di Stato. Lo dice la legge 107, nel tentativo di esorcizzare per sempre il fantasma elitario di Gentile, mettere in asse l’istruzione tecnica perché sia salvifica per l’economia e tacitare l’Europa e i suoi test. A chiusura della prima giornata dell’esame di Stato 2017, dedicato, come sanno anche i caproni, alla prova scritta di italiano, il Miur ha annunciato che è stata la traccia sul rapporto tra «Nuove tecnologie e lavoro» la più scelta, svolta dal 38,9% degli studenti e seguita dal tema sul progresso, 17,3%, mentre la natura dell’arte romantica è stata trattata dal 14%. Gli animaletti ecologici della poesia (bella) di Giorgio Caproni per l’analisi testuale sono stati scelti dal 12,4%. Il 10,2% ha preferito l’ambito tecnico-scientifico di «Robotica e futuro tra istruzione, ricerca e mondo del lavoro». Ultime le tracce «Disastri e ricostruzione» (5,2%) e quella sugli «anni del miracolo economico» (l’1,9%).

Logico, a pensarci. I ragazzi del ’98 vivono di digitale e da quando sono nati gli martellano in testa che lì van cercati i nuovi lavori. Arte e poesia non possono non coinvolgere i liceali né i robot non affascinare i nerd. Logico anche che siano rimasti in fondo alla classifica i disastri (ne vedono fin troppi, mentre le ricostruzioni pubbliche e private languono) e gli anni del miracolo economico, che per loro sono letteralmente la favola della nonna. Ma c’è un dato ancor più rivelatore: la traccia «tecnologie e lavoro» è top per tutti: 28% di svolgimento nei licei, 50,2% negli istituti tecnici, 50,9% nei professionali. Sono concreti i ragazzi del ’98. Sentono qual è il nodo del loro futuro. Con un’intensità nuova e forse con maggior consapevolezza.

L’alternanza (quando è gestita bene, e a Bergamo lo è perché la comunità intorno istintivamente la capisce e approva) ha aperto squarci di vita e con le didattiche digitali (tra docenti entusiasti, scettici e riottosi) il carro dell’innovazione eppur si muove.

Tutti compatti sul lavoro che neanche il primo maggio. Ma le differenze di opportunità fra loro restano. Dolorose. A guardar bene, sono sempre quelle di don Milani. Il possesso della lingua per pensare correttamente, capire bene, farsi capire, attaccare e difendere senza versare sangue. Il saper fare le cose come van fatte e reggere la fatica per arrivarci, l’avere coscienza delle possibilità del proprio corpo e della propria mente e non accontentarsi. Le occasioni di incontro con persone valide, sapienti, che accendano idee e scaldino il cuore.

Nelle differenze di possibilità per il futuro che la scuola rivela, c’entra la famiglia, c’entra una questione sociale che si pensava superata e che ora si ha paura di nominare per non certificarla, come se la diagnosi creasse la malattia.

La scuola italiana è generosa: da trent’anni parla e lavora per l’inclusione di tutti. Cerca di sciogliere in modo armonico il nodo di Gordio che in Europa gli altri han tagliato senza rimorsi: di qua gli adatti, di là i non adatti e amen. Purtroppo lo fa all’italiana, con poco rigore sulle professionalità richieste, sull’allocazione corretta delle risorse, sul dare a chi fa e non a chi piange solo miseria.

Abbiamo pochi giovani, come Paese dobbiamo metterli tutti in condizione di dare il meglio. Per questo dobbiamo essere noi adulti migliori. Il discorso va molto oltre la struttura di un esame di stato, ma è pertinente al suo significato civile e sociale, visto che il diploma ha per noi valore legale cioè condiziona le modalità di accesso al mercato del lavoro e all’istruzione universitaria.

L’esame di Stato non è solo una sorta di rito di passaggio generazionale, forse l’unico rimasto. È la rendicontazione annuale di come la comunità ha speso i suoi soldi e di che cosa la società adulta chiede alla generazione che si affaccia. I ragazzi capiscono se gli si chiede le cose per finta, se gli si promette per finta, se sono accolti o scartati, messi in gioco o parcheggiati al margine.

Quasi nessuno di noi, genitore o docente, può essere un don Milani, né l’Italia è la stessa di allora. E va bene così. Ma le «sue» questioni educative di fondo sono, cinquant’anni dopo, ancora anche le «nostre». Un esame di maturità dove tutti i tipi di scuola possano giocare le loro carte e tutte le studentesse e gli studenti provare (o anche essere costretti a provare) a essere bravi a loro modo può contribuire ad alzare la qualità complessiva del sistema. Ma soprattutto a mostrare come usare in modo costruttivo quelle energie fresche che da troppi anni stiamo mortificando o dissennatamente regalando ad altri.


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