L’anello debole? Ora si chiama Boschi

L’anello debole?
Ora si chiama Boschi

Di sicuro Matteo Renzi si era immaginato in ben altro modo la trasferta in America, alla ricerca di eccellenze italiane emigrate all’estero in grado di competere da pari a pari con gli stranieri; insieme a Obama e ai grandi del mondo a discutere di sicurezza nucleare e attovagliato con i tycoon della potentissima Ibm alla ricerca di investimenti per il nuovo polo scientifico di Milano-Expo. Insomma, un’altra consacrazione dell’Italia renziana «che va avanti», «cambia verso», «torna a fare l’Italia», per usare gli slogan più amati dal presidente del Consiglio.

E invece l’inchiesta di Potenza sui rifiuti dell’impianto petrolifero «Tempa Rossa» in Basilicata ha costretto il premier ad ascoltare con un orecchio le parole di Barack e con l’altro quelle del suo consigliere Filippo Sensi che gli racconta minuto per minuto della bufera che si è scatenata con il coinvolgimento della ministra Federica Guidi nella faccenda lucana. Un coinvolgimento – la famosa telefonata della ministra al fidanzato per annunciargli l’approvazione di un emendamento utile a lui e ai suoi affari - che Renzi ha deciso di azzerare immediatamente con le dimissioni della Guidi non a caso arrivate in pochissime ore.

È probabile che Renzi non abbia dovuto neanche imporsi più di tanto con la Guidi per ottenere che lasciasse al più presto la poltrona: lei stessa si deve essere resa conto che era quella la strada migliore, e più decorosa, di cavarsi dagli impacci, almeno per il momento. Ma se per caso Renzi si è illuso di soffocare sul nascere il caso politico, si è dovuto ricredere in breve tempo. A Roma infatti tutti i suoi nemici sono andati alla carica contro di lui, il suo governo e soprattutto contro Maria Elena Boschi, il ministro delle Riforme e dei Rapporti col Parlamento citata nella intercettazione: «Maria Elena è d’accordo…» diceva la ministra al fidanzato.

A poco giova ricordare che il ministro dei Rapporti con il Parlamento in questi casi è una specie di passacarte del governo: se il suo collega dello Sviluppo Economico le chiede di inserire un emendamento – oltretutto rimandato già una volta – su un provvedimento di competenza, difficilmente può opporsi. «Era un atto dovuto» ha dichiarato non a caso Renzi, consapevole che la Boschi , dopo il caso Banca Etruria, sta ora diventando l’anello debole del governo. Proprio lei che invece è stata inviata dal premier a guardia del più importante dei provvedimenti, la riforma costituzionale, su cui si regge tutto il lavoro del governo e che sarà messo alla prova in ottobre con il referendum confermativo. Non è certo un caso che le opposizioni se la prendano soprattutto con lei: se dovessero ottenere un ulteriore indebolimento della Boschi o addirittura le sue dimissioni, tutti i nemici del governo avrebbero fatto bingo. Se cade Maria Elena va in frantumi la riforma costituzionale e tempo due mesi torna a casa anche Renzi. È per questo che a palazzo Chigi stanno ammassando i sacchetti di sabbia a difesa della deputata.

Per fortuna del governo e del Pd, le opposizioni sono quanto mai divise. Anche se il loro scatto è stato felino e la coincidenza con la campagna referendaria proprio sulle trivelle quanto mai provvidenziale. Ma tutte insieme non riescono a dare il colpo d’ariete al governo. Esempio: Matteo Salvini si è detto pronto a votare insieme ai Cinque Stelle la mozione di sfiducia contro l’intero governo. «Ma scriviamola insieme» ha chiesto il capo della Lega. «Non se ne parla nemmeno, al massimo insieme ci possiamo fare un selfie» è stata la brusca risposta di uno dei colonnelli grillini, il presidente della commissione di Vigilanza Roberto Fico. «Siete solo dei chiacchieroni amici di Renzi» è stata la piccata controreplica leghista. Quindi Lega (con Fratelli d’Italia) e M5S voteranno ognuno un proprio documento. Bisognerà vedere a quel punto come si comporterà Sel che è pronta alla sfiducia ma non ha il numero sufficiente di parlamentari per presentare l’apposita mozione e quindi si deve appoggiare a qualcun altro. È caduto invece nel vuoto l’appello del pentastellato Luigi Di Maio alla minoranza del Pd perché si unisca nel tentativo di affondare il segretario-premier. «Solo propaganda» è stata la risposta di Roberto Speranza. Altra musica dai fuoriusciti ex democratici, naturalmente: «Speriamo che il governo se ne vada al più presto» è la speranza del fassiniano D’Attorre pronto, dice lui, a lavorare per una svolta. Alla domanda: «quale svolta?», D’Attorre prudentemente non risponde.


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