L’antipolitica cattivo ambiente

L’antipolitica
cattivo ambiente

Hanno pensato anche a questo. Di Maio e Salvini e la squadra di tecnici che li stanno aiutando nello stilare un programma di governo hanno pensato anche all’ambiente e ai problemi che ruotano attorno all’ecologia. Il numero quattro della bozza di governo porta il titolo «Ambiente, green economy e rifiuti zero». Il capitolo comincia con una di quelle frasi che vogliono colpire e che, qualche volta, effettivamente colpiscono: «Uomo e ambiente sono facce della stessa medaglia. Chi non rispetta l’ambiente non rispetta se stesso». Eccellente.

oi il capitolo prosegue indicando precise linee di politica per la tutela dell’ambiente. Difficile valutare quelle linee e la politica che vi sta dietro. Ma il passaggio è interessante perché l’ambiente e la sua tutela è uno di quei temi nei quali coloro che governano e coloro che sono governati si sentono reciprocamente coinvolti.

Ho un amico che è un po’ fissato su questi temi. Quando fa la doccia deve far scorrere un po’ di acqua (sei-sette litri, mi precisa) prima che arrivi l’acqua calda: non usa il ricircolo dell’acqua calda: si consuma gas che è prezioso e costa. Prende un secchio e raccoglie quei litri di acqua per riutilizzarla in casa e in giardino. Quando si lava i denti non prende acqua direttamente dal rubinetto per sciacquarsi la bocca: a una boccata di acqua utilizzata corrispondono quattro o cinque boccate che vanno perse. Prende un bicchiere, vi mette l’acqua che serve, solo quella che serve. E così via. Un maniaco.

Se metto insieme il punto 4 della bozza di programma di governo e le eccezionali accuratezze del mio amico, nasce un bel problema. Il mio amico mette le sue manie direttamente al suo servizio, perché risparmia soldi. Ma sa che quelle attenzioni servono anche agli interessi più vasti della società che sono, oltretutto, direttamente verificabili: sono i litri di acqua risparmiati. In altre parole. Perché atteggiamenti virtuosi possano prendere piede è necessario che ci siano motivi che li ispirano. E tutti i motivi che si possono citare rientrano in un solo motivo: sono coinvolto, queste cose sono anche mie. Solo se ci si sente parte di una comunità ci si sente in dovere di servirla e di fare anche qualche sacrificio perché il servizio sia ben fatto. I grandi problemi ecologici - l’ambiente, la green economy e i rifiuti, insomma il numero 4 del programma di governo - sono seriamente affrontati se sono serie le intenzioni dei cittadini.

Ma c’è un guaio. Tutta la vicenda politica recente è nata non da un senso di appartenenza, ma dal rifiuto, o dalla contestazione di quella appartenenza. L’antipolitica è anche il rifiuto di appartenere, infatti. I due partiti, che adesso stanno discutendo e che propongono quelle linee virtuose con il loro programma, chiedono uno stile di fare politica che è agli antipodi dello stile che loro hanno usato e che ha fatto la loro fortuna. Hanno contribuito, cioè, a tirarsi fuori e a criticare da fuori la politica. La mentalità che ne è nata è soprattutto quella, appunto, della non appartenenza. Ora, come sarà possibile fare una politica nella quale tutti dovrebbero sentirsi coinvolti, quando si è fatto di tutto per non lasciarsi coinvolgere? Il rischio è che ci siano sì degli atteggiamenti virtuosi, qua e là, ma che restino soltanto qua e là, che non siano di molti e, tanto meno, di tutti. Forse per sentirsi tutti davvero «dentro» e tutti allo stesso modo ci manca quella che José Antonio Merino ha chiamato l’«utopia dell’allegria» che porta, sostiene l’autore, all’«utopia della ecologia planetaria» (ne parlava in un libretto intitolato, significativamente, «Don Chisciotte e san Francesco. Due pazzi necessari»). Perché l’allegria è contagiosa e unisce. Invece tutto quello che è «anti», anche e soprattutto l’antipolitica, è rancoroso e divide. Urge un «battesimo dell’allegria» per sentirci un po’ meno «anti» e, quindi, per affrontare senza incupirci i sacrifici necessari della sobrietà e della green economy.


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