Le parole giuste per dire il bene
Mani sul volto di Laocoonte

Le parole giuste
per dire il bene

È una delle sentenze a cui siamo più affezionati: «Predica bene ma razzola male». Come è ovvio, quando si pronunciano queste parole è sempre all’altro che ci si rivolge: chi predica bene e razzola male è inevitabilmente l’altro. Non appena qualcuno sviluppa con armonia un qualche ragionamento, non appena si ascoltano parole appropriate in grado di sostenere una tesi convincente, ecco che subito si estrae la pistola e si spara a colpo sicuro: è facile parlare bene, tutti sanno parlare bene, il difficile è agire bene, l’importante sono i fatti non le parole. Come non essere d’accordo con simili ovvietà? Eppure, non appena ci si pensa con un po’ di attenzione, ecco che subito ci si accorge che anche in questo caso non tutto è così limpido come forse si vorrebbe. Innanzitutto, non si può fare a meno di riconoscere che una simile accusa può essere rivolta sempre e a chiunque: non esiste uomo perbene, non esiste giusto e addirittura non esiste santo che non abbia attraversato l’esperienza dell’incoerenza, che non abbia dimostrato qualche debolezza, che non abbia tradito con la propria condotta la magnifica eloquenza del proprio discorso.

Di conseguenza, se ne può essere certi, si ha sempre ragione quando si accusa l’altro di non comportarsi come le sue parole richiederebbero, e quando si ha sempre ragione è bene sospettare che forse si stanno sfondando porte che nessuno ha mai preteso di chiudere.

In secondo luogo la luce abbagliante che promana da una simile sentenza rischia di lasciare in ombra una verità che a me sembra essere molto più stimolante e feconda di quella che insiste nel denunciare l’incoerenza dell’altro. L’uomo è parola, ogni suo atto è infatti un gesto e in quanto tale esso si configura sempre come risposta, come parola che risponde a ciò che sopraggiunge e coinvolge. In tal senso, quando ci si riferisce all’uomo, al suo particolare modo d’essere, è impossibile separare i fatti dalle parole, ed anzi, se proprio si dovesse stabilire una gerarchia, quest’ultime risulterebbero essere molto più importanti, più «significanti», dei primi: «L’uomo, infatti, non vive più in un universo soltanto fisico, ma in un universo simbolico. Il linguaggio, il mito, l’arte e la religione fanno parte di questo universo, sono i fili che costituiscono il tessuto simbolico, l’aggrovigliata trama dell’umana esperienza» (E. Cassirer, Saggio sull’uomo).

Il libro del Siracide lo afferma con estrema chiarezza: «Quando si agita un vaglio, restano i rifiuti; così quando un uomo riflette, gli appaiono i suoi difetti. La fornace prova gli oggetti del vasaio, la prova dell’uomo si ha nella sua conversazione. Il frutto dimostra come è coltivato l’albero, così la parola rivela il sentimento dell’uomo. Non lodare un uomo prima che abbia parlato, poiché questa è la prova degli uomini» (Sir, 27, 4-7).

Riconosciute queste perplessità, si può forse osare un pensiero più ardito ed osservare che in un certo senso è ancora più criticabile colui che «razzola bene ma predica male». È quello che accade continuamente; il bene è più frequente del male ma è come se non riuscisse mai ad arrivare a parola, è come se non trovasse mai le parole adeguate in grado di rendergli testimonianza.

Il male affascina, non ci sono dubbi. Si sono scritti fiumi di parole su il «male assoluto», il «male radicale», il «male banale», ed una tale insistenza rivela con chiarezza la presenza di quella pulsione a godere che attraversa tanta vita psichica del soggetto. Il bene, invece, sembra deludere, come se esso non meritasse alcuna riflessione, alcuna considerazione.

In effetti, il più delle volte ci si toglie da questo impaccio, da questa afasia, abbandonandosi al fascino delle maiuscole e così si parla, in verità si sparla, di Amore, di Dono, di Gratuità, ecc., dimenticandosi in questo modo che l’unico bene che noi realmente incontriamo, soprattutto ricevendolo ma anche donandolo, ha sempre la minuscola: riguarda il modo di accudire un anziano, di preparare bene un pranzo o una lezione, di rigovernare una cucina, di ascoltare un amico deluso o in difficoltà, di giocare con i figli e con i loro amici, ecc. Di fronte alla magnificenza di queste piccolezze restiamo come muti, ci mancano le parole, e questo accade – ecco il punto, la terribile verità – proprio perché non riconosciamo in questa magnificenza alcuna magnificenza. Il male ci affascina, il bene lo diamo per scontato. Si pensi, ad esempio, all’ospitalità; colui che viene ospitato – e tutti siamo stati in qualche modo tali, siamo già stati ospitati – tende a considerare un diritto l’esserlo e di conseguenza non si interroga più sulle ragioni e sulla natura della volontà che stanno alla base di ogni gesto d’ospitalità. Quest’ultima, concepita come un diritto, finisce per respingere ogni motivazione razionale e per rendere superflua ogni parola che tende a renderle ragione, rendendo così estremamente difficile ogni gratitudine.

In generale ci scandalizziamo del male compiuto dall’altro (si tratta sempre di colui che «predica bene ma razzola male») ma non ci meravigliamo del bene che abbiamo ricevuto dall’altro. È per questa ragione, per questa incapacità di stupirsi, che le parole che cercano di dare voce alla gratuità, al dono, all’amicizia, ultimamente all’amore, passando con troppa facilità dalla minuscola alla maiuscola, risuonano il più delle volte come vuote, smorte, stanche, nel migliore dei casi come delle edificanti esortazioni. Contro una simile deriva bisogna ricominciare a pensare con spregiudicatezza e libertà al bene, alle sue ragioni e alle sue parole, e per far questo non abbiamo bisogno di alcuna particolare filosofia poiché è sufficiente fermarsi a riflettere, con un minimo di serietà, su ciò che accade quotidianamente intorno a noi.

Non perdiamo dunque tempo ad accusare l’altro di «predicare bene ma razzolare male» e impegniamo piuttosto nel fare il bene ma anche e al tempo stesso nel cercare di dire il bene, non tanto di «dire bene» (per questo sono sufficienti i politici e gli imbonitori televisivi) quanto piuttosto di «dire bene il bene».

Il bene fatto o ricevuto rivela infatti tutta la sua bontà proprio nella parola adeguata, nel «mot juste» che, nel pensarlo e nel dirlo, lo rende così pienamente fecondo.

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