Le spine di Trump
leader in bilico

Sembra incredibile, ma a neppure un mese dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca c’è già chi sta studiando come sbarazzarsi di lui prima della scadenza del suo mandato. «Ammettetelo, Trump non è in grado di ricoprire il ruolo di presidente»: questo titolo del «Washington Post» riassume molto bene gli umori della capitale, in cui peraltro il 98% degli elettori ha votato per la Clinton. I giornali, una parte delle Tv e delle radio rinfacciano ormai senza remore a Trump indisciplina, incompetenza, arroganza, autoritarismo e una irrefrenabile inclinazione alla menzogna. «Il presidente appare ancora più debole, meno efficiente e più ridicolo di quanto ci si potesse aspettare» tuona il New York Times. A sostegno delle loro tesi, i media citano soprattutto la bocciatura da parte dei giudici del decreto sull’immigrazione dai Paesi musulmani (che sarà reiterato), il modo caotico e contraddittorio di condurre la politica estera e il sempre più evidente conflitto d’interessi.

Le spine di Trump leader in bilico

Intanto, dalle stanze della Cia e dell’Fbi, ancora piene di gente legata all’amministrazione Obama, trapelano in continuazione notizie che danneggiano il presidente: negli ultimi giorni soprattutto su presunti contatti segreti dei suoi collaboratori con agenti russi. La campagna ha già ottenuto le dimissioni del consigliere per la sicurezza nazionale Flynn, accusato di avere mentito sui suoi colloqui con l’ambasciatore di Putin e di avergli anticipato una possibile revisione delle sanzioni, e il forzato ritiro del candidato al ministero del Lavoro Puzder, che rischiava di non ottenere la ratifica del Senato. Per quanto questa raffica di attacchi non sembri ancora avere intaccato la fiducia del grosso dell’elettorato di Trump, che tende ad attribuirla a una congiura dei «liberals», e l’attuale livello di popolarità del presidente, per quanto sicuramente in declino, vari molto a seconda dell’orientamento politico dei sondaggisti, nella capitale c’è già chi trama per una sua fine anticipata.

I nemici di Trump stanno prendendo in considerazione soprattutto due possibilità, finora molto ipotetiche, ma che potrebbero diventare realistiche se il tycoon non sarà in grado di mettere ordine alla Casa Bianca, e non cesserà i suoi continui, forsennati attacchi ai media, che accusa ogni giorno di mentire e di diffondere notizie coperte da segreto. La prima è che, nelle elezioni di midterm del 2018 i Democratici riconquistino la maggioranza al Congresso, rendendo così possibile l’avvio di una procedura di impeachment: se ci fosse la luce verde del Parlamento, non sarebbe certo difficile trovare nell’armadio di Trump scheletri sufficienti per mandarlo a casa in anticipo, come accadde a Nixon nel 1974.

La seconda è che il Partito repubblicano, in cui i nemici di Trump non mancano di certo, decida che una sua permanenza alla Casa Bianca fino alla scadenza del mandato porterebbe a un trionfo democratico nelle elezioni del 2020, con relativa perdita di decine di seggi da parte di congressisti e senatori. Per scongiurare questa disfatta, l’establishment del Grand Old Party potrebbe esercitare tali pressioni su Trump da indurlo a rassegnare le dimissioni: in questo caso, il suo posto verrebbe preso dal vice-presidente Mike Pence, un ex deputato e poi governatore dell’Indiana sottovalutato al momento della designazione, ma che ha poi preso quota grazie al suo equilibrio e alle sue capacità di mediazione e che avrebbe molte più probabilità di Trump di vincere le prossime presidenziali. Fantapolitica? Non si può dire: nel clima dell’America attuale anche l’impossibile è diventato possibile.

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