Lega e il partito degli italiani

Lega e il partito
degli italiani

È possibile che già nei prossimi giorni si assista alla fine del più vecchio partito della Seconda Repubblica: la Lega fondata da Umberto Bossi - che dall’avvento di Matteo Salvini non è già più «Lega Nord per l’Indipendenza della Padania» - potrebbe trasformarsi in un partito tutto nuovo: si dice in Transatlantico che si chiamerebbe «Partito degli Italiani». Se il Tribunale del Riesame il 7 settembre decreterà la confisca dei conti correnti dell’ex Carroccio per le note vicende giudiziarie non farà che accelerare un piano di cui si sa da tempo.

Non a caso qualche giorno fa il potente sottosegretario di palazzo Chigi Giorgetti ha detto: «Se ci confiscano i conti correnti il partito è morto». Tradotto: bisogna ricominciare daccapo. E cioè: un congresso di svolta, la rielezione per acclamazione del leader e via con un partito nuovo, estraneo ai contenziosi giudiziari del passato, con nome nuovo e persino, si dice, allocato non più nella storica sede centrale di via Bellerio, molto in tono con il bossismo, assai poco col salvinismo.

Se davvero nascerà il Partito degli Italiani (con la sottoscritta ovvia: «per Salvini premier») fatalmente aprirà la porta agli esterni. Con il vento in poppa che si ritrova, la creatura di Salvini si trasformerebbe in una idrovora in grado di risucchiare parlamentari, consiglieri regionali, amministratori locali, quadri periferici sia di Forza Italia che di Fratelli d’Italia, specialmente al Sud dove «Noi con Salvini» non ha sfondato per via della vecchia ruggine nordista nei confronti dei meridionali, ma potrebbe ben posizionarsi grazie al packaging «nazionale». Finora Salvini ha tenuto gli ingressi chiusi: aveva minacciato di cambiare atteggiamento dopo l’arrabbiatura con Berlusconi per via della bocciatura del presidente della Rai da lui designato. Ma di fatto, sbollita la rabbia, il lucchetto è rimasto serrato. Adesso però le cose potrebbero cambiare.

Berlusconi teme a ragione che Forza Italia possa donare tanto altro sangue ai vecchi alleati (ex?): il Cavaliere ha fin troppo esitato a lanciare Antonio Tajani come leader del partito azzurro e al presidente del Parlamento europeo è stata affidata una missione semi-impossibile: non è solo il governatore ligure Toti a rafforzare la frazione filo-Salvini di Forza Italia. Ce ne sono infatti molti altri pronti a passare la frontiera per assicurarsi un futuro politico al seguito di un leader onnipresente che è ogni giorno più forte, che nei sondaggi ha raddoppiato i voti del 4 marzo, che probabilmente ha già superato i Cinque Stelle e alle elezioni Europee di marzo punta al risultato renziano: un 40 per cento tondo per reclamare una volta per tutte la poltronissima di palazzo Chigi.

La prospettiva è questa: alle Europee della prossima primavera si giocherà il match definitivo tra Salvini e Di Maio per vedere chi è il primo tra loro. Poi si ridiscuterà tutto. A meno che la situazione economico-finanziaria dell’Italia nei prossimi due o tre mesi precipiti in una bufera sui mercati e determini la crisi di governo: i venti stanno soffiando sempre più forti nonostante le rassicurazioni del ministro dell’Economia Tria, e molti temono che si possa determinare uno scenario simile a quello dell’autunno 2011. Non è solo l’oppositore Brunetta a vaticinare il precipizio: la preoccupazione si legge nelle parole degli stessi protagonisti del governo. Vedremo le loro mosse.

Quanto all’opposizione di sinistra, il segretario del Pd Martina prova a portare il suo popolo in piazza contro il governo. Compito non facile, ma per Martina il vero sforzo sarà fare in modo che la rissa precongressuale tra renziani e anti-renziani non indebolisca per l’ennesima volta un partito sin troppo sfibrato.

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