L’Europa vincente dei giovani Erasmus

L’Europa vincente
dei giovani Erasmus

Non c’è genitore di figli ventenni che non abbia pianto per le ragazze morte in Catalogna. Non c’è genitore di universitari che non capisca lo strazio, i dubbi, le recriminazioni che perseguiteranno «quei» genitori e che si riassumono nell’interrogativo-incubo: «Perché l’ho lasciata andare?». La risposta è: perché questa è la generazione Erasmus. L’unico vero «rito di passaggio» di questi primi europei pacifici. Andare in Erasmus è un trofeo, una sfida vinta. La partenza non è automatica, c’è un processo, per quanto blando, di selezione.

E per chi è accettato, ci sono da affrontare farraginose burocrazie universitarie che sulla validità degli esami si accordano in teoria ma non in pratica, ci sono coordinatori fantasma da inseguire e segretarie, che suppliscono la scarsa professionalità altrui, da ringraziare. Un percorso a ostacoli dove bisogna cavarsela proprio da soli, cercando nel contempo di trovare fondi integrativi per stare all’estero.

Per quanto possa apparire strano a chi vede i ragazzi salire e scendere dal low cost anche per un weekend, l’Erasmus non è un viaggio, è «il» viaggio di formazione.

Segna il distacco con l’adolescenza, la tana, l’abitudine. È andare alla scoperta del mondo non da turisti ma da studenti; è sentirsi, finalmente, «generazione». Noi e loro, noi insieme, non più isolati, accomunati da un’esperienza che è solo nostra perché i vecchi non l’avevano. Segno di riconoscimento a tal punto che chi non riesce, per mille motivi, a partire subito, ci riprova. O sceglie strade simili, per fortuna disponibili: volontariato europeo, stage di lavoro. L’importante è poter dire: anch’io ho un’esperienza di vita all’estero.

Erasmus significa nuovi amori internazionali (alcuni durano), nuovi modi di parlare, mangiare, studiare.

Gli stupidi lo prendono come un anno per divertirsi, portano a casa poco, qualche esame striminzito (il minimo sindacale per giustificarsi presso l’ateneo di provenienza) e del Paese dove vivono per un semestre o due conoscono bene solo locali e amenità.

Ma la maggioranza degli studenti assorbe a spugna atmosfere e culture, apre gli occhi su realtà e problemi che non avrebbe immaginato, se non gliene avesse parlato il compagno di stanza, paracadutato da chissà dove, anche lui con la testa piena di aspettative e voglia di avventura. Uno finalmente simile, molto più convincente e coinvolgente di una settimana sui social. L’Erasmus è anche una piccola scuola di convivenza, perché dividi bagno e cucina, devi fare i turni per il bucato, litigare perché c’è sempre qualcuno che i piatti non li lava. E magari quel qualcuno sei tu. Piccole cose, ma che incidono, perché per te è la prima volta.

Nei rituali Erasmus sono comprese anche le feste, i raduni periodici che raccolgono quelli presenti in quel momento in una certa zona. Sono serate, gite, proposte a cui si può aderire oppure no, come in tutte le attività collaterali delle organizzazioni studentesche. A questo genere di iniziative appartiene la gita maledetta che è costata la vita a 13 studentesse fra i 19 e i 25 anni.

C’è una ragione perché ben sette siano italiane: la Spagna è una delle mete preferite dai nostri studenti Erasmus: la lingua non spaventa, il clima e la gente attraggono, la quotidianità è esotica ma non troppo. È anche una meta accettabile per le famiglie: lontana ma non troppo, gestibile in ogni evenienza. Quasi in ogni evenienza.


© RIPRODUZIONE RISERVATA