L’inflazione gela i facili entusiasmi

L’inflazione gela
i facili entusiasmi

Aveva ancora una volta ragione Draghi. In molti l’hanno guardato con supponenza e gli hanno rifilato stoccatine quando il presidente della Bce non ha invertito la rotta delle sue politiche di sostegno monetario di fronte al sorprendente balzo dell’inflazione di inizio anno. Dopo anni di deflazione era apparso ai più un ritorno a un andamento «normale» di inflazione intorno al 2% e come al solito ad eccellere era stata la Germania con il suo 2,2%. Ma il dato di marzo reso noto ieri ha raffreddato i facili entusiasmi e indotto a qualche riflessione. In Italia l’inflazione di marzo è stata dell’1,4% dall’1,6% di febbraio e sotto le attese di un 1,5. La media europea è stata dell’1,5%, ben sotto l’1,8% atteso e comunque già previsto in calo dal precedente 2%.

La fiammata di inizio d’anno era stata dunque anomala. Non bisognava essere degli inguaribili pessimisti per vedere che non era legata ad un improvviso rialzo dei consumi che c’è, ma è piuttosto incerto e moderato. Il rialzo era piuttosto legato soprattutto alle attese di rialzo del prezzo del petrolio dopo aver registrato nuovi minimi e ad altri effetti legati tutti a quella che gli economisti chiamano l’inflazione «cattiva» in opposizione a quella «buona», moderata e legata al traino dei consumi. In termini concreti ed immediati questo vuol dire che non dobbiamo attenderci una ripresa di salita dei tassi, come sta avvenendo negli Stati Uniti e che immaginare un allineamento alla Fed americana della politica della Bce è al momento improbabile. Sempre in termini generali il dato conferma che le nostre economie restano malate e non siamo prossimi ad una uscita definitiva dalla crisi.

In termini di politiche generali questo vuol dire che gli Stati, ad iniziare dal nostro, non possono ancora adeguare in positivo i propri quadri macroeconomici accreditando una riduzione del peso del debito legato alla ripresa dell’inflazione. Per i privati invece è ancora presto pensare ad una gestione dei portafogli di risparmi pensando a tassi in costante e progressivo rialzo. Per chi è legato a gestioni prudenti è ancora presto per muoversi. Da un certo punto di vista il segnale che viene dall’inflazione è doppiamente negativo. Non solo il dato di ieri è inferiore all’ottimismo delle attese, ma segnala che siamo ancora in fase di turbolenze con balzi improvvisi e immotivati. Il salto dell’inflazione al 2% di inizio anno appare in pratica più dovuto a turbolenze che ai fondamentali economici e a una voglia di normalità.

Del resto basta guardare a quanto sta avvenendo a livello internazionale nel mondo politico per comprendere che non stiamo certo veleggiando verso situazioni rilassate. Per fare solo un esempio evidente a tutti, la ripresa di politiche protezionistiche dettate dal primo comandamento delle tavole della legge trumpiana (che con l’annuncio di dazi all’import ora prendono di mira anche l’acqua San Pellegrino...) non favorisce certo una ripresa dei consumi. La ricaduta a cascata di quelli che sembrano, secondo le indiscrezioni, i segnali che giungono dall’altra sponda dell’Atlantico causerà nel breve un raffreddamento della produzione. Questo con tutto ciò che di male ne consegue per le nostre fragili economie. Inoltre i venti populisti che spazzano l’Europa alla vigilia di importanti tornate elettorali (le presidenziali in Francia del 23 aprile, con il ballottaggio il 7 maggio; le politiche in Germania in programma invece il 24 settembre prossimo) non fanno che rafforzare questa impressione.

Il dato di una inflazione intorno a un punto e mezzo percentuale – e quindi non lontana dalla soglia del 2%, considerata positiva – può comunque apparire agli ottimisti incoraggiante. In termini assoluti il dato lo è purché dimostri di poter essere un livello stabile e non sottoposto a scossoni nefasti. Per ora prevale il disagio di sentirsi sballottati da un mare agitato.

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