L’ipotesi dazi di Trump alla prova cinese

L’ipotesi dazi di Trump
alla prova cinese

Dopo le asprezze della campagna elettorale il nuovo Presidente americano Donald Trump è richiamato alla ragione, per la prima volta, dalla superpotenza cinese. Nel suo programma dei primi cento giorni Trump ha inserito, tra l’altro, l’intendimento d’imporre dazi del 45% sull’import dalla Cina, accusata di manipolare la propria valuta a suo vantaggio. Due giorni dopo la sua elezione, la Tv pubblica cinese ha riferito di una telefonata nel corso della quale il premier cinese Xi Jinping ha ricordato a Trump che «le due principali economie mondiali necessitano di collaborazione…ci sono tante cose sulle quali possiamo collaborare».

Molti osservatori economici avevano da subito messo in evidenza l’improponibilità della misura annunciata da Trump, considerato che le economie di Usa e Cina sono strettamente legate da imprescindibili interessi comuni. La Cina subirebbe gravi danni da misure protezionistiche degli Usa in quanto in quei mercati esporta oltre il 60% dei suoi prodotti ma, allo stesso tempo, la banca centrale cinese detiene riserve valutarie in dollari del debito pubblico Usa (104% del Pil) per oltre 3.000 miliardi. Lo Stato cinese è, quindi, il più grande creditore degli Usa e un’eventuale sua decisione di vendere una parte consistente del debito americano determinerebbe un forte calo del prezzo di quei titoli e un’impennata dei tassi di interesse a medio e lungo termine.

Non solo, anche il crescente ruolo della Cina nello scenario economico e politico internazionale dovrebbe richiamare Trump ad una certa cautela. Il 31 marzo dello scorso anno 51 Paesi, che si prevede saliranno nei prossimi anni a 100, hanno accettato di entrare a far parte, come fondatori, della Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib), costituita dalla Cina con 50 miliardi di dollari di capitale. Di questi Paesi fanno parte tutti i componenti del «Brics» (acronimo di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), ma anche tanti altri, di varie parti del mondo, tra cui Gran Bretagna, Germania, Francia e Italia. L’adesione di questi Paesi europei, avvenuta all’ultimo momento, tradizionalmente facenti parte dell’area finanziaria occidentale, è stata vista con molto disappunto dagli Usa, che vedono nella «Aiib» un’autorevole alternativa alla Banca Mondiale e all’Asian Development Bank.

Il nuovo istituto finanziario, infatti, voluto con forza da Pechino, punta ad attrarre investimenti in infrastrutture in settori come ferrovie, strade, aeroporti, porti, edilizia sostenibile e gestione delle risorse idriche. Da parte loro i Paesi europei, tra cui il nostro con le dichiarazioni del ministro Padoan, hanno motivato la loro adesione con la necessità di non perdere occasioni d’investimento in aree del mondo in forte sviluppo. Sta di fatto che l’adesione dei Paesi europei determina un notevole rafforzamento per l’immagine dell’Istituzione cinese, che è stata creata come tassello di un’offensiva più ampia di Pechino sullo scenario finanziario internazionale. Da qualche anno, infatti, la Cina e i suoi alleati del Brics si stanno muovendo per la realizzazione di un nuovo sistema monetario internazionale multipolare, non monopolizzato dal dollaro.

Lo scorso anno il governo di Pechino ha chiesto l’inclusione dello yuan nei Diritti Speciali di Prelievo (Dsp), che rappresentano la moneta di riferimento del Fondo monetario internazionale, composta: per il 41,9% dal dollaro, per il 37,4% dall’euro, per l’11,3% dalla sterlina e per il 9,4% dallo yen. Un’analoga richiesta, avanzata alcuni anni fa, era stata respinta dagli Usa, ma le cose potrebbero cambiare. Con la crescita esponenziale delle esportazioni la quota mondiale del commercio cinese, denominata in yuan, ha superato il 30% e la valuta cinese è già salita al quinto posto nelle transazioni globali.

Tra tutti questi aspetti, tuttavia, quello che assume maggior significato politico e mondiale è l’adesione dei più importanti Paesi europei all’Aiib. Questa decisione testimonia, dopo 70 anni, la volontà di una parte significativa dell’Europa di marcare una certa emancipazione dagli Usa in termini d’indipendenza politica e di iniziativa economica. È anche questo un aspetto sul quale Trump è chiamato a riflettere, onde evitare l’annunciata deriva verso un anacronistico e rancoroso isolazionismo. In questo nuovo scenario economico e finanziario internazionale, infatti, solo evitando pericolose contrapposizioni tra le grandi aree economiche e finanziarie tradizionali e quelle emergenti sarà possibile compiere passi concreti sul difficile cammino di un progresso globale, sostenibile e pacifico.


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