L’oltraggio ai morti La perdita del sacro
I danni al cimitero cattolico italiano Hammangi di Tripoli (Foto by Ansa)

L’oltraggio ai morti
La perdita del sacro

Il cimitero italiano di Tripoli «Hammangi» è stato profanato. Non è un cimitero qualsiasi: vi si trovano sepolti ottomila italiani. Le notizie parlano di un probabile gesto di ritorsione per il preteso sconfinamento delle navi italiane in acque libiche. Dunque la notizia lascia trapelare possibili motivazioni politiche. Ma il calendario ha fatto coincidere quella profanazione con una ricorrenza che non ha nulla da spartire con la crisi libica: i primi di novembre, le feste dei santi e dei morti. I morti non trovano pace neanche nel giorno dei morti. Le profanazioni dei cimiteri sono cronaca corrente. Si ha notizia delle profanazioni clamorose, fatte per motivi religiosi o ideologici o per un banale scopo di rapina: le duecento tombe del cimitero di Pomigliano a Napoli, nel settembre scorso, quelle nel cimitero ebraico di Sarre-Union lo scorso mese di febbraio, in Francia, di quella delle tombe Rom di via Campane a Brescia... Ma si hanno notizie di piccole profanazioni quotidiane: dei ladri che rubano il rame, ai soliti ignoti che rubano i fiori o i lumini.

È una pratica che suscita qualcosa tra la rabbia, quando passione politica e guerre di religione riescono a profanare perfino le tombe, e la compassione quando la meschinità del ladruncolo non si ferma neppure davanti a un morto.

Si potrebbe dire che non val la pena parlarne e lasciar perdere. Ma, facilmente, quando un gesto ha a che fare con la morte, dice molto di più di quello che appare. Il cimitero di Tripoli e gli altri cimiteri sono stati «profanati». Il termine dice di un onore negato o di una violenza fatta a ciò che doveva essere invece venerato. E ciò che doveva essere venerato non è tanto la tomba, ma il morto che vi sta sepolto e la morte nel quale il defunto è entrato. Ora la morte, in tutte le tradizioni culturali, è sempre stata circondata da una straordinaria cura, che si esprime soprattutto nella distinzione il più possibile netta fra chi sta al di qua della soglia e chi è andato «nell’al di là». Come si fa di tutto per far sì che i vivi non si confondano con i morti, così si teme fortemente che i morti tornino tra i vivi.

Uno dei grandi temi che popolano molta della nostra letteratura è quello dei «fantasmi», i «revenants», i «ritornanti» come vengono chiamati in francese: i morti tornano, si mischiano con i vivi e suscitano un indescrivibile terrore. La parola «profano» indica alla lettera «quello che sta davanti al tempio», il non sacro, a disposizione del pubblico. La profanazione consiste perciò nel portare fuori del tempio, fuori dal sacro dove era stato collocato, lo spazio della morte e dei morti.

Le profanazioni segnano dunque la distruzione del cordone di sicurezza creato attorno alla morte. Il confine fra la morte e la vita diventa fragile. Questo è il dramma che si segnala dietro queste notizie di cronaca nera. Una «mancanza di rispetto» che non è soltanto una banale mancanza di buona educazione, ma molto di più: morte e vita tornano a mischiarsi, le certezze fondamentali della convivenza umana vacillano pericolosamente.

Tutto questo rimanda ad altri tratti che dominano le nostre cronache. La morte truculenta della guerra, le decapitazioni dell’Isis, gli attentati, i naufragi del Mediterraneo, legati all’interminabile dramma dell’immigrazione, fanno entrare anch’essi la morte nella vita di tutti i giorni. E spesso la morte vista è meno grave di quella immaginata. Quando gli organi di informazione si rifiutano di mostrare il momento esatto della decapitazione delle vittime da parte dei boia del califfato fanno certamente un atto dovuto. Ma non facendo vedere, lasciano immaginare un orrore ancora più grande.

Si assiste dunque a un drammatico movimento incrociato. Da una parte i vivi invadono lo spazio «riservato», «sacro» della morte e la profanano; dall’altra la morte invade lo spazio vitale dei vivi e lo inquina.

In altre parole, si vive male perché la morte si fa pericolosamente vicina; si muore male perché la violenza dei vivi infrange fragorosamente il riposo dei morti. E anche questo è un dramma, uno dei tanti drammi moderni e, probabilmente, uno dei più inquietanti.


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