L’ottimismo di Renzi alla prova dei fatti

L’ottimismo di Renzi
alla prova dei fatti

Il poeta Tonino Guerra (1920-2012), dopo 120 film e una ricchissima produzione poetica e narrativa, divenne famoso nel 2001 con lo spot televisivo per Unieuro: «C’è Tonino Guerra, l’ottimismo è il profumo della vita». Quando lo intervistavano in tv o sui giornali, prima raccontava qualche triste fase della sua vita - il campo di concentramento in Germania nel 1944, l’intervento al cervello - poi proseguiva: «È sempre meglio portarsi per se delle speranze, che è il caso di pensare positivamente, che senza ottimismo il mondo si fermerebbe».

Era più che convinto di quanto affermava perché lo aveva sperimentato soprattutto nei frangenti più bui della sua esistenza. Diceva agli amici: «Tutti sperano che domani vada meglio, che i figli non si ammalino, che le guerre finiscano. Queste sono le radici dell’ottimismo e quindi devi tenerlo con te, per scaramanzia». Il suo era una sorta di «ottimismo inquieto», condito di realismo e aspettative sane che si inserivano in una visione dinamica e progettuale della vita; una visione al tempo stesso lucida e consapevole circa gli ostacoli da superare.

In altri termini per Guerra il pessimista era quello che si fermava ad osservare i problemi, l’ottimista quello che, dopo averne preso atto, pensava a come risolverli. In questa visione, l’ottimismo è basato essenzialmente sulla fiducia che nutriamo in noi stessi, sulla nostra capacità di percepire gli aspetti positivi degli avvenimenti. Un esempio emblematico di questa visione lo ritroviamo in una affermazione attribuita a Thomas Edison il quale, prima di creare la lampadina ad incandescenza, fece più di 10.000 esperimenti. A quanti gli chiedevano dei suoi esperimenti falliti, rispondeva: «Non ho fallito, ho trovato 10.000 modi che non funzionavano». L’essenza del suo ottimismo, quindi, non era soltanto guardare al di là della situazione presente, ma avere la forza di sperare e sopportare gli insuccessi. Queste e altre riflessioni dovrebbero aiutarci a valutare in modo un po’ più approfondito le polemiche che animano da qualche tempo giornali e media con riferimento all’ottimismo di Matteo Renzi, cui si contrappone il pessimismo dei suoi avversari politici. Da un lato c’è la visione positiva del Paese in più occasioni rappresentata da Renzi, con l’economia in ripresa, la disoccupazione in calo, le grandi potenzialità in gran parte ancora inespresse degli italiani ecc. Dall’altra parte vi sono quelli che accusano il premier di edulcorare la realtà, nascondendo la dura verità di una economia che stenta a crescere, di una disoccupazione a livelli preoccupanti, di italiani delusi per l’andamento del loro basso tenore di vita.

Questa fase dell’economia non aiuta certamente a stabilire da che parte stia la ragione, visto che le statistiche mostrano differenze e oscillazioni minime su Pil, disoccupazione, lavoro ecc. Vi sono vari motivi, però, che portano a giudicare positivamente l’ottimismo, l’energia positiva, l’appello alla speranza che accompagnano spesso la comunicazione di Renzi. Anzitutto il suo primo obiettivo è quello di evidenziare gli aspetti positivi di ogni situazione e di rassicurare circa le sue capacità di superare ogni avversità. Ciò gli attira, indubbiamente, più simpatie ed attenzioni rispetto a quanti evidenziano la gravità di varie situazioni e le difficoltà o le impossibilità nel risolverle.

Il dimostrarsi, poi, sempre determinato, positivo ed energico rende ancor più credibile la sua visione costruttiva, fino al punto da generare ottimismo e fiducia negli altri. Non bisogna dimenticare che famiglia e società giocano un ruolo essenziale nell’indicare un approccio costruttivo ai giovani, che permetta loro di capire che le difficoltà possono essere passeggere e che con l’impegno si può in molti casi superarle. Diffondere immagini di impotenza fornisce ai giovani la visione di un mondo pericoloso, in cui essi non possono avere alcun controllo sugli eventi. La ragione per cui, furbescamente, Renzi chiama «gufi» i suoi detrattori trae origine proprio dalla convinzione che la selezione degli aspetti negativi della realtà non vince sulla selezione degli aspetti positivi. Ciò vale, però, fintanto che i fatti non si presentino molto distanti da ciò che l’ottimista racconta. Perché in questo caso vincono i fatti e l’ottimista perde credibilità.


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