Mattarella garante del voto

Mattarella
garante del voto

Finalmente la Consulta ha parlato. La sua sentenza sull’«Italicum» è, in tutta evidenza, frutto di un compromesso tra i giudici dopo mesi di discussioni. La legge elettorale voluta dal governo Renzi è stata sì smantellata, ma parzialmente. Ha conservato il premio di maggioranza alla lista che raccolga il quaranta per cento dei voti e le pluricandidature dei capilista bloccati (che però non potranno scegliere il collegio dove dichiararsi eletti) ma ha perso il meccanismo più qualificante, il ballottaggio, quello in base al quale «si conosce il nome del vincitore delle elezioni già la sera stessa del voto».

L’ Italicum non ha più la carica maggioritaria che puntava sul valore della governabilità a scapito della rappresentanza mediante un meccanismo che la Corte ha però considerato non costituzionalmente corretto. La prima considerazione da fare è che viene dato un altro colpo alle riforme istituzionali del governo Renzi: dopo la vittoria del no al referendum e la bocciatura del sistema parlamentare imperniato su una sola camera, ora è l’ Italicum che viene amputato. Il ritorno al proporzionale è una conseguenza quasi obbligata: già molti costituzionalisti esultano perché si è finalmente riconosciuto che «l’ Italia è un Paese storicamente proporzionalistico, in cui ognuno vota per il partito che lo rappresenta, e poi si vede chi dovrà governarlo». Prima Repubblica, insomma. Però senza i partiti e il personale politico della Prima Repubblica.

A questo punto abbiamo due leggi elettorali entrambe frutto delle decisioni dei giudici costituzionali che nel gennaio 2014 cancellarono in parte il Porcellum del centrodestra - che ora si applica per l’ elezione dei senatori - e che ora hanno sforbiciato l’ Italicum di Renzi, finalizzato all’ elezione dei deputati. Entrambe le leggi «riformate» sono subito applicabili, e con esse si potrebbe votare anche domani. Ma con quali risultati politici? Sergio Mattarella ha chiesto ai partiti, come condizione per andare al voto prima del tempo, che le leggi elettorali per la Camera e il Senato siano omogenee tra loro, abbiano cioè dei meccanismi in grado di fornire due risultati compatibili: se le due Camere hanno infatti maggioranza diverse, formare un governo risulta impossibile o molto precario. Ma i due sistemi che la Consulta ci consegna non sono omogenei: per quanto siano entrambi a base proporzionale, hanno significative differenze. Tanto per dirne una, alla Camera si può conquistare il premio di maggioranza (che significa avere 340 deputati), al Senato no. Per Palazzo Madama si possono costituire coalizioni di partiti che sono impossibili nella corsa per Montecitorio. Dunque, dopo la sentenza di ieri in Parlamento bisognerà comunque tornare per degli aggiustamenti sostanziali.

Ora si sono formati due schieramenti. C’ è innanzitutto il partito del «voto subito», a cominciare da Renzi, che dice: o troviamo velocemente un accordo in Parlamento o andiamo a votare in giugno con quello che la Consulta ci ha dato. Con lui d’ accordo sono Salvini, Grillo e la Meloni. Poi c’ è il partito del «voto dopo»: Berlusconi, i centristi e anche la sinistra del Pd. Vogliono una discussione in Parlamento che prenda più tempo e porti alle elezioni nel 2018. Vedremo chi prevarrà. Per il momento possiamo già dire che se si andasse a votare con queste leggi, l’ ingovernabilità sarebbe assicurata. Per mettere in piedi un governo si dovrebbero fare delle coalizioni: nessuno oggi ha il quaranta per cento dei voti, nessuno può ambire al premio di maggioranza, nessuno può governare da solo. Se arrivasse primo il M5S dovrebbe allearsi in Parlamento con la Lega e i Fratelli d’ Italia. Se prevalesse il Pd dovrebbe trovare un’ intesa con Berlusconi, a meno che i democratici riuscissero a far tornare in vita il vecchio Ulivo, una coalizione di centrosinistra con cui puntare al quaranta per cento dei voti. Ma in questo caso non sarebbe certo Renzi il nuovo Prodi. Come si vede, la sentenza della Consulta ci consegna più domande che certezze. L’ ultima parola spetterà a Sergio Mattarella che ha già chiarito che le elezioni anticipate certo sono una prospettiva in agenda, ma devono assicurare la stabilità all’ Italia in un momento così pieno di pericoli.


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