Mettersi in ascolto dei Comuni brembani

Mettersi in ascolto
dei Comuni brembani

Investire in montagna e sulla montagna non è uno spreco di risorse. Prendiamo in prestito questo concetto, ribadito recentemente dal sindaco di Zogno Giuliano Ghisalberti, per tornare sul tema dei piccoli Comuni. E sulla Valle Brembana in particolare, che in fatto di piccoli Comuni, nella Bergamasca, ha qualcosa da dire. La legge licenziata pochi giorni fa dal Parlamento ha avuto il merito di spostare il baricentro della politica dall’idea «piccolo è un problema» a quella «piccolo è una risorsa». Non è cosa da poco (anche se bisognerà lavorare per aumentare la dotazione, che attualmente è di soli 100 milioni di euro per tutta Italia). E di questo bisogna dar merito a chi, in questi ultimi anni, ha lavorato a tutti i livelli a questo indirizzo.

Ma puntare il faro sulla montagna significa anche saggiarne gli umori, sondare le ricadute sulla vita quotidiana delle comunità che ancora, orgogliosamente, la abitano, comprenderne le fatiche. A quelle quote, già messe a dura prova da una lunga sequela di promesse mancate e speranze mal riposte, i rischi sono due: da un lato precipitare nell’atteggiamento della perenne disillusione, dall’altra arrampicarsi nel mito dell’autonomia.Gli amministratori locali, qui, giocano un ruolo fondamentale nel sostenere quella che potremmo definire la misura delle cose, ma che con altre parole può essere intesa come l’impalcatura costituzionale dell’articolo 5, quello delle autonomie locali, la spina dorsale del Paese...

Un compito delicatissimo, spesso condotto fuori dalle vesti istituzionali, al bar, per strada, sul sagrato della chiesa. Un compito che diventa arduo, se non impossibile, quando troppi problemi rimangono irrisolti e quando alle parole non seguono i fatti.

La Val Brembana ci offre uno spaccato significativo di questa situazione. Se alle piccole comunità si chiede uno sforzo di realismo, alla politica, scesa in questi giorni nell’arena della campagna elettorale, si deve chiedere altrettanto, seguendo quel «principio dello spreco» che fa la differenza fra un’impresa a caccia di profitto e uno Stato che deve assicurare servizi efficienti. E allora mettiamoli sul piatto i problemi della valle, in ordine sparso: il trasporto pubblico nei piccoli e piccolissimi centri, a rischio tagli (come per le frazioni di Zogno), la banda larga, ancora un miraggio, eppure così necessaria per far decollare progetti innovativi (è il caso del call center di Ornica, per esempio), la tassazione per le seconde case «bruciata» dalla quota che va allo Stato (è il caso soprattutto di Foppolo, ma anche di Piazzatorre), le difficoltà delle piccole stazioni sciistiche, vere e proprie oasi di un turismo alternativo e «slow» (pensiamo all’Avaro, ma anche a Oltre il Colle), l’ospedale di San Giovanni, unico presidio della valle, alle prese con un passaggio delicato, in cui si gioca la fiducia nella comunità di riferimento. E infine, più a sud, le infrastrutture ancora ferme: Zogno (lavori previsti nel 2018), la tangenziale Sud (il pacchetto passato da Provincia a Anas con molti mal di pancia in valle), il tram Bergamo-Villa d’Almè (ma qui siamo alla preistoria).

Senza cedere a retoriche assistenzialiste, ma nel solco di eventi che hanno portato tante energie positive, come gli Stati Generali della montagna e l’Abbraccio della Presolana, è ora di dare risposte concrete. Dando voce e dignità politica a una realtà, quella brembana, che è un marchio distintivo irrinunciabile: non solo e non tanto dal punto di vista paesaggistico, ma anche e soprattutto per ciò che rappresenta sotto il profilo dell’identità territoriale. La partita è fondamentale e qualcuno sta già scommettendo: l’attrazione di capitali e di lavoro (lo sviluppo della Sanpellegrino e gli investimenti di Antonio Percassi alle terme e non solo, la Smi a San Giovanni e la Cms a Zogno), il turismo (con nicchie all’avanguardia, come quella della castagna di Averara, per rimanere sulla stagione...). Servono coraggio e capacità di visione. Ma soprattutto serve mettersi in ascolto, perché la voce della montagna è flebile, fragile come il suo territorio.


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