Non sono i diritti a far chiudere

Non sono i diritti
a far chiudere

Toh, guarda chi si rivede, il sindacato. E con esso lo sciopero. È garantito dalla nostra Costituzione, normato dalla legge 146, ma ultimamente non se la passavano tanto bene, soprattutto in certi ambienti economici internazionali dove i diritti vengono scambiati per privilegi o in multinazionali che ritenevano le vecchie rivendicazioni delle «trade unions» ormai irrimediabilmente obsolete rispetto ai ritmi di lavoro moderni. Certo in molti ambienti, soprattutto quelli che avevano potere di interdizione (chi si ricorda gli scioperi dei controllori di volo e delle varie aquile selvagge?) se ne è abusato parecchio. Ma anche molti governi, in passato, non hanno mancato di dare qualche schiaffo ai sindacati, da Berlusconi a Renzi. La vicenda Ryanair, che ha accettato di incontrare la rappresentanza dei piloti dopo essere stata accusata di minacciare o intimidire chi voleva fare sciopero dall’Autorità di garanzia, è un piccolo segnale. Non possiamo dimenticare che vi sono state compagnie aeree che si erano fatte quasi vanto di mandar via chiunque pensasse di iscriversi al sindacato.

Il caso Ryanair del resto non è il solo: sono ancora fresche le vicende di Amazon di Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza, salito alla ribalta per il primo sciopero subito dal gigante di Seattle in occasione del «black Friday»: la protesta è stata indetta per chiedere all’azienda di aprire un tavolo di confronto sul contratto integrativo e chiedere un maggiore salario.

Quella stagione sembra finita ad osservare, come timidi bucaneve, questi segnali che vanno nella direzione opposta: quella di riconoscere maggiori tutele dei lavoratori, soprattutto di quegli «schiavi 2.0» completamente avulsi da ogni regolamentazione. Si diceva che la «turbo economia», con i suoi ritmi sempre più forsennati, con le sue regole competitive, con le sue multinazionali spesso ubicate dall’altra parte del globo pronte a prendere decisioni impopolari che seguono solo la logica del profitto, non può permettersi sindacati e i diritti dei lavoratori, ritenuti ostacoli al progresso moderno. Il simbolo schiavistico di questa turbo economia sono i fattorini in bici, quelli che vediamo con lo scatolone sulle spalle ronzare per le metropoli per consegnare cibo o altri prodotti in giornata in cambio di cinque euro all’ora.

Non ci sono solo considerazioni umanitarie alla base di questi timidi riconoscimenti. Il lavoro non è una merce, come diceva Leone XIII, il Papa della Rerum Novarum, la prima enciclica sociale, non è possibile considerare righe di bilancio i lavoratori, aumentandoli o diminuendoli come se fossero stock da magazzino, limitarne i diritti e farli lavorare come forsennati solo per esigenze di fatturato.

Salari dignitosi, corrette relazioni industriali e stabilità occupazionale sono nel Dna di un’economia al servizio dell’uomo ma anche del profitto durevole, come dimostrano numerose teorie economiche. Il lavoratore vessato e stanco non produce, non crea, non libera energie positive. Tanto è vero che in America, patria del liberismo, i turni di riposo vengono osservati e rispettati con severità. Il modello di business basato sullo sfruttamento del dipendente porta al fallimento dell’azienda stessa.

Conviene anche alla multinazionale rispettare i diritti dei lavoratori, perché progresso e innovazione, come nel caso del primo sciopero di Amazon, non vanno a scapito dei diritti. Forse sta per finire l’epoca del lavoro selvaggio, coniugando le esigenze economiche alle esigenze dei lavoratori. Sarebbe in fondo una vera e propria svolta.

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