Olimpiadi & politica Ghiaccio bollente

Olimpiadi & politica
Ghiaccio bollente

Non è raro che le Olimpiadi diventino, almeno per qualche settimana, un surrogato della diplomazia o un teatro della politica internazionale. Non è detto che succeda quando deve: a Berlino, nel 1936, nessuno pensò di boicottare il grande spettacolo autocelebrativo messo in scena dal nazismo. Ma a Montreal 1976 mancarono quasi tutti i Paesi africani per protestare contro la Nuova Zelanda che aveva mandato gli All Blacks a giocare nel Sudafrica dell’apartheid. A Mosca, nel 1980, una sessantina di nazioni aderirono alla protesta lanciata dagli Usa per l’invasione sovietica dell’Afghanistan e rimasero a casa. E quattro anni dopo, a Los Angeles, mancarono gli atleti sovietici e quelli dei Paesi del Patto di Varsavia.

Queste Olimpiadi coreane, però, si distinguono perché i fili politici che le attraversano non sono univoci, questo (o questo blocco) contro quello come nella fase crepuscolare della Guerra Fredda, ma infiniti e pluridirezionali, come si addice all’epoca della globalizzazione e del ritrovato multipolarismo. Certo, la questione più evidente era ed è quella dei rapporti tra le due Coree. Dopo tante tensioni e lunghe trattative, quella del Nord non solo ha deciso di partecipare ma ha mandato a Pyeongchang una folta delegazione (550 persone) e una quasi altrettanto folta orchestra (140 elementi), lasciando poi che i suoi atleti sfilassero insieme con quelli del Sud all’ombra di un’unica bandiera. Più che un colpo di scena, dopo che nei mesi scorsi si era parlato persino di invasione quando non di guerra atomica.

Un successo per Rocket Man, come lo chiama Donald Trump, cioè per Kim Jong-un, il presidente della Corea del Nord così dedito alla costruzione e al lancio di missili balistici? Chissà… Al momento, il primo a presentarsi all’incasso sembra essere il suo collega del Sud, Moon Jae-in. Intanto, aver portato il Nord ai «suoi» Giochi è un indubbio successo. E poi, aver stretto la mano al capo della delegazione del Nord, Kim Yong-nam, e a Kim Yo-jong, sorella del dittatore del Nord, è un’ulteriore medaglia sul petto di un politico cattolico che ha un impeccabile curriculum militare (partecipò ad alcune delle più pericolose missioni lungo il 38° parallelo), una chiara vocazione pacifista (ha lavorato a lungo come avvocato specializzato nella difesa dei diritti civili) e soprattutto un’origine che lo rende il personaggio ideale per una politica del dialogo, essendo il figlio di un nordcoreano fuggito al Sud.

Le strette di mano e le foto di questi giorni, che definiremo storiche, hanno lui, il padrone di casa, come protagonista. Il quale, però, gioca una partita ancora più ampia. Alla cena che ha messo a tavola i rappresentanti delle due Coree non ha partecipato Mike Pence, il vice-presidente degli Usa che parlano della Corea del Nord come di uno Stato canaglia che minaccia la pace mondiale. Gli stessi Usa, quelli di Donald Trump, che Moon Jae-in aveva nei mesi scorsi criticato per l’eccessiva fretta nel dispiegare nuovi missili sul territorio della Corea del Sud. L’assenza di Pence avrà fatto di certo sorridere il Presidente del Sud che, in un colpo solo, ha solleticato l’orgoglio nazionale, gonfiato il petto di fronte ai colossi asiatici Cina e Giappone e lanciato al Nord, che resta a dir poco un’incognita, un messaggio di non subalternità agli interessi americani. Il tutto mentre comunque tocca agli Usa l’onere di garantire la sicurezza della Corea del Sud. Insomma, in questa Olimpiade ce n’è per tutti. Tanto che, a proposito di politica, dell’ennesima mortificazione degli atleti russi, con relativo schiaffo al Cremlino, non si è accorto quasi nessuno.

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