Operazione Ilva iniezione di realismo

Operazione Ilva
iniezione di realismo

Quando mercoledì pomeriggio è iniziata la trattativa sull’Ilva, che si è poi chiusa positivamente ieri, una immagine ha sintetizzato quanto accaduto: al tavolo, il ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio era seduto di fronte al rappresentante dell’Arcelor Mittal. Colui che fino a quel momento aveva dichiarato illegittima la gara di aggiudicazione dell’azienda di Taranto alla Mittal, che aveva sostenuto in precedenza persino le ragioni della chiusura dell’Ilva, si trovava faccia a faccia con colui che da metà settembre sarà il nuovo padrone per dare continuità alla fabbrica dell’acciaio italiano.

Entrambi operosamente al lavoro per dare conclusione e concretezza a quella gara di aggiudicazione della strategica azienda pugliese. Le quasi 14mila famiglie che a Taranto stanno dietro a ciascun dipendente dell’Ilva – senza contare le ancora più numerose dell’indotto – tirano un sospiro di sollievo. Ha vinto il realismo. Onore al merito, per la parte di sua competenza, a Di Maio.

Per mettere la parola fine alla trattativa bisognerà ancora attendere il referendum indetto dai sindacati fra i lavoratori per confermare l’accordo siglato. Un passaggio che al momento pare quasi una formalità. Intanto è decaduta la minaccia dello sciopero per l’11 settembre prossimo. Già, perché quest’ultima fase della trattativa ha preso l’avvio il 31 agosto scorso nel più classico dei modi: con i sindacati che avevano indetto uno sciopero contro la totale assenza di una proposta di mediazione da parte del governo, dietro lo schermo di roboanti e catastrofiche dichiarazioni del ministro. Tempo due ore e, quello stesso giorno, da Di Maio è arrivata la convocazione alle parti per dare il via a una nuova trattativa. Trattativa nuova, ma con basi molto simili a quelle alle quali era giunto il ministro Calenda, con il precedente governo, a maggio, nelle ultime ore prima di lasciare sedie e dossier al nuovo esecutivo giallo-verde. La minaccia di una intera città che annuncia di voler scendere in piazza per scongiurare la chiusura della sua principale fonte di lavoro ha smosso le acque, portando tutti i soggetti, a cominciare dal governo, all’azione. Dopo i comizi, ecco giungere la conclusione resa possibile da una potente iniezione di realismo.

Il realismo, almeno in campo economico, sembra essere la nuova cifra del governo. È questo un elemento da prendere in considerazione con grande attenzione proprio per la delicatezza - dal punto di vista economico - della fase politica nella quale ci troviamo. La ripresa post vacanze ha nell’agenda di governo il delicato e strategico punto all’ordine del giorno della stesura della finanziaria nella quale si paleseranno per la prima volta le reali intenzioni dell’esecutivo e la sua strategia, passando dalla campagna elettorale alla prima caduta sul piano della concretezza. Avviare questo percorso privilegiando il realismo è sicuramente un buon punto di partenza, al quale stanno guardando con interessata e curiosa attenzione anche Confindustria e sindacati, interlocutori privilegiati del dialogo e dibattito sociale.

Si tratta di vedere se quello fatto ieri è solo il primo passo in questa direzione, come sembrano confermare anche numerose dichiarazioni in materia di finanziaria e di vincoli di bilancio fatte da esponenti autorevoli del governo nelle ultime ore. Vista la delusione che era finora venuta dall’ascolto di roboanti ma inconcludenti dichiarazioni programmatiche, il cambio di passo di queste ore non sarà esaltante – resta da capire qual è la strategia economica del governo e quale anima prenderà il sopravvento fra le numerose spinte che sono emerse finora all’interno della maggioranza – ma è pur sempre da osservare con l’attenzione e il rispetto che merita.

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