Ormai la Cina si muove da potenza mondiale

Ormai la Cina si muove
da potenza mondiale

Mentre nel mondo occidentale dilagano fenomeni di protezionismo, populismo e sovranismo, con conseguenti critiche alla «globalizzazione», il regime comunista cinese si erge senza se e senza ma in difesa del libero mercato. Questa scelta, voluta dai massimi esponenti del partito comunista, sta gradualmente portando la Cina a proporsi, con scelte strategiche diverse, come Paese leader nello scenario economico e politico internazionale. I suoi rapporti con i Paesi occidentali sono fondati soprattutto sul rispetto dello status quo sistemico e sulla preservazione del sistema economico del libero mercato. Diverso il rapporto con i Paesi in via di sviluppo, con i quali la Cina è stata abile ad attivare una fitta rete di relazioni diplomatiche che le hanno consentito di creare profittevoli occasioni di mercato per le proprie aziende e di promuovere grandi investimenti in infrastrutture, in cambio di accordi per lo sfruttamento di risorse naturali.

Proprio grazie a queste strette collaborazioni, Pechino è riuscita, tra il 2000 e il 2010, a mantenere una crescita media del Pil del 9,1%. E ora la Cina ha invitato 51 Paesi a entrare a far parte, come fondatori, dell’Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib), costituita con un capitale che gradualmente salirà a 100 miliardi di dollari. Tra questi Paesi sono compresi i componenti del «Brics» (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), ma anche Paesi occidentali come Gran Bretagna, Germania, Francia e Italia. Il nuovo istituto finanziario si pone in concorrenza con la Banca Mondiale, puntando a finanziare investimenti in varie parti del mondo. Crescente è poi l’attenzione che la Cina sta riservando ai rapporti economici con i Paesi africani politicamente più stabili, finanziando infrastrutture stradali e ferroviarie, in cambio di accordi per l’utilizzo di fonti energetiche o per l’apertura di quei mercati alle proprie esportazioni. Risale al 2000 la creazione del «Forum Economico Cina-Africa», che ha visto come primo beneficiario di grandi investimenti l’Angola, Paese ricco di petrolio, nel quale sono state realizzate dalla Cina grandi opere in grado di creare 330.000 posti di lavoro. Negli anni successivi molti rapporti economici si sono instaurati con il Sudan, il Ciad, la Mauritania, la Guinea Equatoriale e la Tanzania. In quest’ultima, lo scorso anno una società di Stato cinese ha avviato la costruzione di un porto a Bagamoyo che costerà 11 miliardi di dollari e che sarà il più grande dell’Africa. Società private cinesi hanno costruito in 4 anni, con un costo di 4,5 miliardi di dollari, la ferrovia elettrica Gibuti Addis Abeba lunga 750 chilometri. Investimenti, per complessivi 15 miliardi di dollari, sono stati effettuati anche con l’Egitto, in cambio di un agevole utilizzo del Canale di Suez. Del prosieguo dell’impegno della Cina in Africa si è avuta conferma nel «Forum economico Cina Africa», svoltosi a Pechino a inizio settembre. Presieduto da Xi Jinping, ha registrato la presenza di 50 capi di Stato e di governo africani e ha avuto il sostegno dell’Unione Africana e del vice segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres. Nel discorso inaugurale, il presidente Xi ha assicurato all’Africa 60 miliardi di finanziamenti in 3 anni, dei quali 15 saranno di aiuti e prestiti a tasso zero, 20 in linee di credito, 10 per un fondo speciale per lo sviluppo, 5 per le importazioni dall’Africa e altri 10 per progetti privati delle imprese cinesi. Anche grazie a questo mirato e lungimirante sguardo politico verso i bisogni impellenti, ma anche verso le grandi potenzialità di sviluppo del Sud del mondo, la Cina si appresta a proseguire nel suo ambizioso piano di rafforzamento diplomatico e di espansione globale, confermando il proprio ruolo di grande potenza mondiale.

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