Pasticcio voucher Nessuno ha vinto

Pasticcio voucher
Nessuno ha vinto

In questa vicenda dei voucher hanno perso davvero tutti gli attori sulla scena. Si tratta solo di stabilire una graduatoria tra chi ha perso con maggiore intensità e non c’è dubbio che al vertice delle brutte figure siano governo e Parlamento per la ritirata totale decisa questa settimana. La pressione del referendum poteva servire per migliorare lo strumento, non per cancellarlo, perché in questo modo, il mercato del lavoro ha perso una piccola occasione simbolica per essere più moderno. Simbolica, perché ci vuole ben altro, e qui stiamo parlando di meno dell’1 per cento delle prestazioni lavorative, ma insomma era una cosa buona e non ce ne sono tutti i giorni. Al di là della prova muscolare esibita, ha perso anche la Cgil, che aveva raccolto le firme per ben altri motivi, tutti politici, di fatto evaporati dopo che era stata tolta di mezzo la vera questione di principio, e cioè l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori del 1970. Preistoria.

Sconfitto sul terreno giuridico, il sindacato poteva aprire un dibattito un po’ più serio su quella che Susanna Camusso chiama l’ultima frontiera del precariato, mentre in realtà era la penultima, visto che in fondo alla classifica c’è il lavoro nero non tutelato in nessun modo. Hanno perso per l’appunto anche i precari, o meglio quella categoria che poteva legittimare e regolarizzare rapporti talora anche di intollerabile emarginazione per non dire sfruttamento, come in agricoltura e nelle altre attività svolte in genere da immigrati pur regolari, quelle famose che gli italiani non vogliono più fare. Non parliamo poi di prestazioni normali, molto diffuse, come le lezioni private e i lavoretti di molti giovani (hostess ai convegni, stewart negli stadi).

Ha perso inoltre il fisco, che può diventare luogo di trasparenza, legalità, uguaglianza solo se tutto emerge in modo più chiaro, come tutti proclamano a parole nei bei discorsi dei convegni. Hanno perso l’Inps e l’Inail, che non avranno questi contributi e soprattutto saranno di nuovo senza fari nella notte dei lavori non altrimenti regolamentati.

Se c’era un difetto, in questa storia dei voucher, era la non tracciabilità certa (ma a questo aveva pensato il governo Renzi, per incidere sulle italiche furbizie dei voucher emessi a posteriori per coprire infortuni o evasioni scopribili) e soprattutto era la dimensione ridotta del fenomeno, altro che «esplosione». C’era un tetto massimo di 7.000 euro, compatibile con le prestazioni di pensionati (anche Cgil...), professori, studenti, ma il reddito da voucher più consistente è stato statisticamente sotto i 500 euro all’anno.

Valeva la pena di raccogliere milioni di firme (in realtà sull’art.18, bandiera ideologica), impegnare Governo, Parlamento, Partiti e altri imbarazzi sindacali, per tanto poco, facilmente migliorabile (vedi questione appalti) con una leggina?

L’unico ad aver vantaggi da questa retromarcia politico è l’erario, effettivamente, perché un referendum sembra costi 300 milioni e un Paese che voleva risparmiare 50 milioni degli stipendi dei senatori con un altro referendum, fa bene a pensarci due volte prima di stanziarli (...magari anche abbinando le date delle consultazioni previste nel giro di un mese).

Ma allora la questione è un’altra e cioè la qualità dell’unico strumento di democrazia diretta esistente, che fa riflettere rispetto alle richieste di chi vorrebbe estenderlo a tutto. Se la questione è troppo ampia e complicata (consultazione su mezza Costituzione, 4 dicembre) e gli elettori alla fine votano per ragioni politiche, o la questione è troppo limitata e la si chiama referendum sulle trivelle anche quando di tutto si trattava anziché di trivelle, certo non si aiuta il cittadino a intervenire direttamente. E se un governo che ha appena perso un referendum è terrorizzato da un pur improbabile bis e si arrende anche di fronte a questioni migliorabili facilmente come questa dei voucher, allora la vera riforma da fare diventa davvero il referendum in sé.

Sta di fatto che questa brutta figura collettiva è un passo indietro anche rispetto ai sensibili progressi – dobbiamo segnalarlo, nel quadro di queste critiche – che le parti sociali stavano e stanno facendo con contratti nazionali che sembrano finalmente più innovativi e che stanno cercando di mettere al centro il lavoratore come cittadino e capo famiglia, che non vive di soli scatti contrattuali, e le imprese non più solo come controparte, ma finalmente anche un po’ partner.

Se poi la mistica dei tavoli di contrattazione a tutti i costi, anche per regolare il lavoro una tantum di un giovane che fa il dj d’estate, non tollera che i rapporti di lavoro si possano acquistare dal tabaccaio (ecco un altro perdente di questa storia), allora vuol dire che il problema è ancora culturale.


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