Pd, la lunga marcia in attesa della svolta

Pd, la lunga marcia
in attesa della svolta

Toccherà a Maurizio Martina traghettare il Partito democratico fino al prossimo congresso che si terrà prima delle elezioni europee, previste per la primavera 2019. Così ha deciso l’assemblea nazionale riunitasi ieri in un albergo romano. Sarà una dura marcia ma sarà soprattutto una lunga marcia, perché i democratici hanno deciso che non sono ancora pronti per dare una vera svolta alla loro esistenza politica e che servono ancora dei mesi per pensarci su. Solo dopo si prenderanno le decisioni di fondo. Non sono pochi a ritenere che questo rinvio finirà per nuocere ad un Pd reduce da troppe sconfitte elettorali e affidato per i prossimi mesi alla buona volontà e all’impegno di un uomo di valore come Martina che tuttavia sarà condizionato dal proprio essere «a tempo».

Ma almeno il neosegretario avrà l’occasione per avviare la riflessione fondamentale su una domanda semplice: ha ancora senso questo Partito democratico? E quanto a lungo possono ancora convivere i troppi partiti che in esso si agitano?

Martina è convinto che ancora valga la pena di scommettere su «questo» partito, ancorché da rifondare, e certamente si spenderà per riportare la comunità democratica alle sue intenzioni originarie, al progetto che ne animò la fondazione: mettere insieme le tradizioni del riformismo italiano, da quello cattolico democratico e cattolico sociale a quello della sinistra storica; dalle componenti laico-liberali a quelle radical-libertarie e ambientaliste. Un coagulo che, diciamolo, non ha mai convinto fino in fondo e che ha costretto ad una coabitazione difficile e litigiosa: non a caso dal Pd se ne andò quasi subito uno dei suoi fondatori, Francesco Rutelli; e durante la gestione Renzi un pezzo della sinistra ex comunista ha fatto fagotto allo scopo evidentissimo di indebolire la leadership del segretario (che infatti ha di lì a poco ha perso il referendum e poi tutte le competizioni elettorali, sia politiche che amministrative, che si sono susseguite). Questa coabitazione forzata di anime tanto diverse è stata ancora una volta plasticamente visibile durante l’intervento di Matteo Renzi proprio nell’assemblea che ieri ha eletto Martina segretario. Gli applausi più scroscianti l’ex premier li ha presi quando ha affondato la lama sui suoi avversari interni, accusandoli sostanzialmente di aver remato contro, di aver concentrato gli sforzi solo per silurare il leader («Avete sbagliato Matteo») di non aver mai accettato fino in fondo l’esito delle primarie e l’esistenza di una maggioranza, e in sostanza di aver favorito la vittoria della Lega e dei 5S.

La platea si è animata più per le critiche ai vicini di sedia che non quando ha sparato alzo zero contro i grillini e i leghisti contestandone la politica sociale, economica, di sicurezza, sull’immigrazione. Ecco il punto dolente del Pd, quello che ne minaccia l’esistenza che ora, nella fase della sconfitta, del rischio dell’insignificanza, può esplodere in modo più virulento di quando c’era il potere. Renzi ieri parlava al «suo» Pd ben sapendo che per tutti gli altri la cosa migliore sarebbe che lui sparisse dalla scena.

In conclusione: gli sforzi di Maurizio Martina dovranno confrontarsi con un problema strutturale del partito che è stato chiamato a guidare proprio mentre, dall’opposizione, andrà fronteggiato il vento sovranista e populista che sì spira in tutta Europa, ma che in Italia è arrivato fin dentro le stanze di Palazzo Chigi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA