Persone sole Quali risposte

Persone sole
Quali risposte

Essere sempre di più ed essere in crisi. È il paradosso che si trovano a vivere le famiglie italiane. È un trend che riguarda tutto il Paese e che i dati Istat confermano non risparmiare un territorio come quello bergamasco. Che cosa nasconde quel dato paradossale? I numeri dicono che dal 1993 al 31 dicembre 2017 i nuclei famigliari sono cresciuti di oltre il 38%: da 335 mila che erano sono passati a 465 mila. Un bel salto, non c’è dubbio. E se non si scavasse in quel dato ci sarebbe da pensare a una bella e insospettata ripresa dell’istituto più antico ma anche più bistrattato dalla politica e dai modelli culturali egemoni.

Invece purtroppo quel numero è frutto di un inganno ottico. Le famiglie infatti crescono in quantità perché in questi 25 anni la popolazione del territorio è evidentemente cresciuta seppure in percentuali minori (+20,6%), ma soprattutto crescono perché si «spezzettano» in migliaia di segmenti con sempre meno componenti. Per capire quello che sta accadendo, bisogna considerare un dato che è in chiave nazionale ma che rispecchia con molta verosimiglianza la situazione di territori come quello bergamasco: in Italia le famiglie con una persona sola costituiscono il 31% del totale dei nuclei. In sostanza sono 8 milioni di persone che vivono in nuclei famigliari con persona unica.

Con un termine al quale oggi è stato assegnato un connotato persino trendy li si definiscono «single». Più semplicemente si tratta di famiglie ai «minimi termini» di persone sole. Queste persone sole sociologicamente appartengono a due gruppi molto diversi tra loro, che stanno ai due estremi dell’asse demografico. Da una parte ci sono gli anziani, le cui famiglie con il passare del tempo si sono via via ridotte e che abitano soprattutto le periferie e i piccoli centri. Dall’altra ci sono i giovani che per ragioni di lavoro sono spesso chiamati ad allontanarsi dal paese d’origine, ma che vivono situazioni di stress lavorativo, trovandosi spesso costretti a rimandare a tempi lunghi il progetto di costruire una famiglia. Sono i giovani soli che fanno la maggioranza dei nuclei single nelle città, in particolare quelle grandi: Milano in particolare ha il poco invidiabile record di essere la città europea con più persone che vivono da soli in rapporto alla popolazione in tutt’Europa. Nel capoluogo lombardo i nuclei single sono 379 mila su un numero complessivo di 719 mila famiglie.

Siamo di fronte ad un fenomeno che ormai viene visto come normale nel paesaggio umano che ci circonda e che invece ha delle implicazioni sociali e culturali grandissime. Dal punto sociale in prospettiva avremo davanti un’organizzazione collettiva che dovrà fare a meno di uno dei pilastri del nostro welfare: il welfare familiare, nel quale le fragilità trovano una prima risposta proprio nel nucleo nativo. Si pensi solo a quale ruolo riveste, quantitativo e qualitativo, nel nostro Paese il fenomeno del «care giver» familiare. Dal punto di vista culturale sta accedendo quel fenomeno che il sociologo Bruno Vedovati sottolinea nell’intervista pubblicata a pagina 22. Vedovati spiega che statisticamente tra le coppie giovani è calato il desiderio di avere figli. Sino a qualche anno fa si diceva che i giovani avevano un desiderio di procreare, ma erano spaventati dalla precarietà che non li metteva in condizione di realizzare questo loro sogno. Oggi invece anche il sogno starebbe battendo in ritirata, se come rivela Vedovati, la stessa domanda fatta 15 anni fa aveva come risposta una media di 2,6 figli desiderati a donna mentre oggi siamo a 1,6. È un altro fattore che spiega il paradosso da cui siamo partiti: le famiglie sono sempre di più, ma sono sempre più in crisi come soggetto e soprattutto come aspettative. Cosa possa ribaltare questa tendenza che ormai neanche l’immigrazione riesce ad arginare è difficile dirlo. Certamente vedere le corsie dei supermercati dedicate a cibi per cani e gatti che ormai superano per dimensioni quelle per i prodotti per i bambini è un’immagine che mette un po’ di tristezza e anche di apprensione. In che Paese vivranno i nostri pochi nipoti?

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