Più forte della rabbia resiste la speranza

Più forte della rabbia
resiste la speranza

Il più mediterraneo dei filosofi tedeschi, Nietzsche, era innamorato di Nizza, che ai suoi occhi rappresentava l’emblema della nostra civiltà. Profetizzò che in futuro (lui scriveva nel 1884) quella sfilata di case sfolgoranti nel sole avrebbe potuto simboleggiare la vittoria della cultura mediterranea sul fanatismo barbaro. Sanguinante, schiacciata, oltraggiata, adesso Nizza è solo una fitta di infelicità.

Ha il cuore che batte troppo in fretta, il dolore compresso fino a farlo entrare a forza in una piega della memoria. Il racconto dei sopravvissuti mette i brividi perché sembra che anche la speranza sia morta, a Nizza, il 14 luglio, insieme alle vittime della strage. E allora quel che resta, alla fine, alla fine dell’orrore, è quel che resta sulla spiaggia quando il mare si ritira dopo la tempesta: legni marci, granchi morti, pozzanghere.

Ma non è così. Non tutto è rovina e disperazione nell’aspro, complicato, tormentoso itinerario terreno, anche se è difficile da percepire nel groviglio delle emozioni. La barbarie cui alludeva Nietzsche è un pericolo reale e non è così distante da noi. In queste ore smarrite e troppo ruvide il sentimento più diffuso è la collera. Precipitosa. Ingannevole.

All’inizio tutto lasciava pensare che si trattasse di un attentato di matrice islamica: le proporzioni della carneficina, l’arma e la dinamica del crimine, l’attenzione al simbolismo della data, il nome del conducente del camion… Ma non ci sono state rivendicazioni da parte di un gruppo terroristico, e l’autore non era conosciuto dai servizi segreti. Un cane sciolto, insomma, più che un affiliato.

Colpita al cuore, la Francia barcolla. Lo stato d’emergenza (decretato dopo la strage del Bataclan) - con tutte le sue limitazioni alla democrazia - non basta più, e molti invocano la legge marziale. Il governo dice che il Paese è in guerra: ma è pronto a sostenere una guerra di nervi? L’isteria demagogica è l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno.

Il terrorismo ha qualcosa di teatrale. Ha bisogno di mettersi in scena. Chi lo sceglie non ha forze sufficienti per scatenare un attacco frontale, la sua forza è il senso di insicurezza che riesce a instillare nella popolazione. Dopo gli attentati di novembre la Francia si interrogò a lungo su questo tema e la memoria della nazione andò alla Grande Guerra. Il primo giorno della battaglia della Somme, primo luglio 1916, l’esercito britannico lasciò sul terreno 19 mila morti e 40 mila feriti gravi o gravissimi. Alla fine della battaglia, in novembre, Francia e Inghilterra piansero 300 mila morti. Ma questa immane carneficina, oggi inimmaginabile, non spostò gli equilibri del conflitto: ci vollero altri due anni e milioni di vittime per fermare quell’orrore. Gli attentati di Bruxelles del 22 marzo scorso hanno provocato 31 morti. I cittadini belgi non si sono ancora riavuti dallo choc.

In attesa dei risultati delle indagini della polizia e dell’intelligence (l’Isis festeggia ma non rivendica, benché la strage della Promenade des Anglais sia palesemente ispirata alle sue nuove tecniche terroristiche) resta una domanda, che non riguarda il giorno, ma il luogo. Perché Nizza? Il giorno, il 14 luglio, ricorrenza della presa della Bastiglia, dice che la Francia è stata colpita dove si sente più forte, nel passato glorioso che genera senso identitario, il ricordo della rivoluzione, la celebrazione orgogliosa della propria libertà intellettuale.

Ma perché Nizza? L’altra notte, nelle ore concitate dell’emergenza, molti feriti sono stati ricoverati nel Centro universitario mediterraneo. È un palazzo poco distante dal luogo dell’attentato, voluto da un poeta, Paul Valéry. Voleva farne un santuario laico del pensiero greco-latino perché amava ripetere che la nostra civiltà poggia su tre pilastri: Gerusalemme (l’amore per l’altro), Atene (la libertà di pensiero), Roma (il diritto). Con una leggerezza sconosciuta all’ispida Marsiglia, Nizza incarna l’idea di civiltà mediterranea nel senso più completo del termine perché, del Mare Nostrum ,tira fuori l’anima dolce, impetuosa e travolgente. Capitale della Costa Azzurra, invenzione turistica dell’aristocrazia anglosassone, resa immortale dai romanzi americani, simboleggia l’apertura sul Mediterraneo e quindi la disponibilità al dialogo fecondo con altre culture.

Ma come aveva intuito profeticamente Nietzsche non è solo questione di libri, è qualcosa che si respira nell’aria, entra sottopelle e resta in circolo nelle vene. «Tenera è la notte» non è solo il titolo del capolavoro di Francis Scott Fitzgerald ambientato in Costa Azzurra. Chi ha conosciuto i tramonti e le stelle di Nizza sa bene che quella tenera dolcezza di vivere che si respira sulla Promenade des Anglais è un passaporto per la felicità. Chiunque abbia organizzato la carneficina del 14 luglio lo sapeva. E non poteva sopportarlo.


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