Pokémon Go La folle deriva del gioco
Il gioco (Foto by Ansa)

Pokémon Go
La folle deriva del gioco

È solo un gioco. Niente di più di un gioco. Ma ha assunto dimensioni tali da iniziare a destare preoccupazioni da più parti. Stiamo parlando di Pokémon Go l’ultima follia planetaria che da qualche settimana ha «catturato» decine di milioni di smartphone, e quel che è peggio ha catturato anche i possessori stessi degli smartphone. Negli Stati Uniti, in termini di minutaggio, l’iconcina di questa applicazione ha superato persino Whatsapp, Instagram, Snapchat e Messenger con una media di permanenza di ben 43 minuti al giorno.

Dal canto suo l’azienda che l’ha sviluppata, la Nintendo, ha avuto in questi giorni performance azionarie da brividi: ieri un + 14% alla Borsa di Tokyo. In otto sessioni le azioni sono salite del 120%, portando l’azienda a superare Sony per capitalizzazione. I Pokémon non sono un fenomeno di oggi. Vennero «creati» nel 1996 da un informatico giapponese, Satoshi Tajiri, e hanno sempre vissuto dentro lo spazio delle piccole consolle portatili: era quello lo spazio ludico dove per divertimento, chi giocava, li poteva allenare, catturare e far combattere.

Questi piccoli mostri tascabili (il loro nome è una contrazione di «pocket monsters») hanno conquistato le simpatie di milioni di ragazzi e non solo ragazzi, facendo la fortuna di chi ha venduto ogni tipo di merchandising; 250 milioni i videogiochi venduti, per un business complessivo calcolato in circa 35 miliardi di euro. Con Pokémon Go però il gioco ha fatto un salto di qualità. Perché è uscito dalla scatoletta in cui era sempre stato confinato ed ha invaso lo spazio reale. Il gioco è infatti basato sull’utilizzo dell’abbinamento fra la app, il Gps e la fotocamera dello smartphone: l’obiettivo è quello di «inseguire» i mostri proiettati nel mondo reale all’interno di un ambiente qualunque. Bisogna dare la caccia ai mostriciattoli che sono posizionati da un algoritmo nella «realtà» reale e visibili grazie al sensore del proprio smartphone. La novità vera, più che nella febbre un po’ parossistica che il lancio del gioco ha determinato e che forse andrà un po’ scemando con il tempo, sta in questa conquista dello spazio reale.

Pokémon Go ti porta fuori, in strada, tra i parchi, all’interno di edifici sconosciuti. Ma in questo modo trasforma quello che è lo spazio della socializzazione e della relazione in uno spazio dove le persone si trovano chiuse dentro il guscio virtuale di una dimensione tutta individuale. Il gioco, travalicando l’ambito fisico dello schermo, invade in un certo senso la realtà. Quali conseguenze possa portare un’invasione di questo tipo è presto per dirlo. Ma in molti, dopo la sorpresa dei primi giorni, iniziano a sollevare preoccupazioni. L’organizzazione inglese National society for the prevention of cruelty to children (Nspcc) ha messo sull’home page del suo sito alcune avvertenze per far sì che i genitori siano consapevoli dei rischi che i bambini corrono una volta scaricata questa app. Grazie alla geolocalizzazione chiunque può rintracciare un giocatore e ad esempio i bambini rischiano di cadere vittime inconsapevoli di pedofili e malintenzionati. Oltretutto attraverso la app si può entrare in possesso di dati sensibili come la mail. Per questo l’organizzazione inglese ha esortato gli sviluppatori di Pokémon Go a rivalutare la sicurezza del gioco.

Ovviamente è sempre un gioco, e per quanto rappresenti un salto di qualità che lo porta fuori dal perimetro dei giochi, Pokémon Go diventa un pericolo nel momento in cui se ne fa un uso esagerato o improprio. C’è però un aspetto che colpisce e che rientra più nella sfera dei comportamenti che in quella delle «deviazioni». Il gioco prevede che le persone vadano in giro puntando lo sguardo sullo smartphone e guardando il mondo attraverso la fotocamera di quest’ultimo. Già tutti andiamo in giro con l’occhio incollato allo schermo del dispositivo, quando siamo sui mezzi pubblici e persino quando siamo in auto, come testimoniano i dati resi noti ieri dall’Istat sulle cause degli incidenti. Che ora lo smart-phone diventi una lente con cui guardare il mondo, è un deriva ulteriore da cui è bene guardarsi.


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