Popolo e politica,
quante trappole

Nel dibattito politico, o almeno in quello che i mezzi di informazione rivelano, è frequente il riferimento retorico ai cittadini o al popolo, al cui volere forze politiche e leader si richiamano, di cui sono desiderosi di apparire interpreti fedeli e zelanti. I cittadini vogliono, i cittadini sono stufi, i cittadini ci chiedono… Affermazioni prive quasi sempre di qualsivoglia riscontro e senso. Esse offrono un’immagine di classe politica in bisogno continuo e spasmodico di legittimazione, pur fittiziamente costruita.

Popolo e politica, quante trappole

Questo bisogno di legittimazione comporta inevitabilmente la rinuncia a ogni intento pedagogico che la classe politica sa di non potersi permettere; e, quel che è peggio, la rinuncia a graduare e mediare gli interventi e le risorse in relazione alla priorità dei bisogni, come sarebbe nella funzione propria del politico. Mi preme però qui sottolineare l’ambiguità di questo ripetuto richiamo a un popolo astratto, massificato, disincarnato, inafferrabile, la cui volontà, presunta unica e semplificata, è fin troppo facile manipolare, usare, deformare. È il popolo dei sondaggi quello che viene evocato, senza nemmeno darsi la briga di documentarne una corrispondenza di tipo sociologico con i cittadini in carne ed ossa. E, mentre si sacralizza il volere di cittadini astratti e immancabilmente passivi, non di rado si guardano con sospetto o si squalificano quei cittadini che si organizzano e si attivano, anche in funzione critica e oppositiva, e si marginalizzano le già sfibrate formazioni sociali. Mentre cioè si celebra retoricamente il volere di introvabili cittadini atomizzati, si ignorano o si indeboliscono le formazioni sociali e le autonomie intermedie e cioè quelle articolazioni con cui i cittadini potrebbero davvero sperimentare partecipazione politica.

A individualità falsa e manipolabile non sono ridotti solo i cittadini, ma anche i lavoratori, poiché si delegittima il sindacato. Tale riduzione, oltre che sociologicamente scorretta e politicamente ambigua, è, Costituzione alla mano, da respingere. Nella nostra Costituzione, il popolo è proclamato sovrano, ma al contempo riconosciuto e valorizzato nelle sue articolazioni plurali. Il popolo sovrano – quello cui si riferisce la Costituzione – non può parlare al singolare, ma è costitutivamente e irriducibilmente plurale: esso si organizza e articola secondo linee di un pluralismo sociale e istituzionale, fatto di formazioni sociali (art. 2), autonomie territoriali (art. 5), identità linguistiche (art. 6), confessioni religiose (artt. 7 e 8), ecc... Non a caso, l’unità elementare del popolo non è, per la Costituzione, l’individuo isolato, ma la persona, e cioè l’uomo in relazione, o il lavoratore, e cioè l’uomo che partecipa alla costruzione cooperativa della società.

In questo orizzonte, l’unità del popolo non è ricercata per via di progressive neutralizzazioni e semplificazioni, ma promovendo processi di dialogo e di cooperazione tra le espressioni del pluralismo sociale e le istituzioni. Nemmeno gli organi rappresentativi (tra cui il Parlamento) sono, per la Costituzione, sovrani, perché un popolo così articolato ha a disposizione luoghi e canali diversi di partecipazione democratica, senza subire la strozzatura esclusiva delle istituzioni e dei partiti.

Dinanzi a questo quadro, a me sembra di vedere che, anche con la riforma costituzionale, si proceda nella direzione opposta di una doppia e connessa riduzione: del cittadino a elettore; e del pluralismo (sociale e istituzionale) a un capo (elettivo). La partecipazione si spegne così nell’atto, tendenzialmente unico, del voto, sempre più simile al gesto del consumatore. In nessuna democrazia costituzionale, si può accettare che il popolo «sia» o «voglia» al singolare, perché inevitabilmente esso finirebbe con l’identificarsi con la voce del «capo» di turno. «We the People»: così inizia la Costituzione Usa. Il popolo non «è»; il popolo «sono» o, meglio, «siamo», potremmo dire anche con riferimento alla Costituzione italiana. Già Tocqueville, all’alba della democrazia moderna, aveva intravisto l’incubo di un popolo ridotto a «folla di innumerevoli uomini simili ed eguali», «al di sopra» dei quali «si erge un potere immenso e tutelare, che (…) assomiglierebbe all’autorità paterna se, come questa, avesse lo scopo di preparare l’uomo all’autorità virile, mentre non cerca che di arrestarlo irrevocabilmente all’infanzia».

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