Preti, la crisi di vocazioni può essere una chance

Preti, la crisi di vocazioni
può essere una chance

All’inizio di settembre si parla di documenti pastorali, di progetti pastorali, della lettera del vescovo, insomma di che cosa si intende realizzare in diocesi nel prossimo cosiddetto anno pastorale, che inizia adesso e si concluderà a ridosso della prossima estate. In questo gran parlare si parla anche di preti.

Se ne è sempre parlato molto, e anche troppo, secondo alcuni. Ma adesso si è in qualche modo costretti. Quest’anno, per la prima volta, non si sono avuti preti novelli nella nostra diocesi e la diminuzione del «personale ecclesiastico» continua inarrestabile. Questo costringe a ripensare a fondo i modi concreti di fare il prete nelle comunità cristiane. Secondo una direttiva che è stata già più volte illustrata sia dal vescovo che dai suoi collaboratori. Questa: finora il principio che governava la distribuzione del clero era la presenza capillare in tutte le comunità, anche le più piccole, di almeno un prete. Adesso, sia per la diminuzione dei preti, sia per la diminuzione dei fedeli, si sta affermando un principio diverso: un gruppo di preti, una équipe, che serve una comunità più vasta, fatta solitamente di più parrocchie che si trovano sullo stesso territorio.

Dunque non più uno o due preti che servono una sola parrocchia, ma più preti che ne servono diverse. Ne consegue che i preti devono fare «comunità», mettersi insieme, distribuirsi i compiti in base alle esigenze del territorio e delle loro capacità. È il tema che i preti affronteranno nella loro assemblea prevista per mercoledì prossimo. Tutto facile a dirsi, un po’ meno facile a farsi. Dietro questa piccola grande rivoluzione viene messa in discussione un’idea che è data come scontata ma che scontata affatto non è. È l’idea del prete legata all’esercizio di un preciso servizio e quindi di una qualche forma di potere. Il prete «deve» avere una «sua» parrocchia, un «suo» oratorio, una «sua» comunità. L’aspetto problematico di una simile convinzione è una possibile deriva autoritaria: il prete-padrone. Qualche volta è successo, succede sempre di meno, anche perché il prete che volesse fare il padrone finisce per restare senza materia prima: i fedeli se ne vanno.

L’aspetto positivo, invece, è che il prete vuole sentirsi dentro una precisa comunità perché il «clericus vagans», il prete senza radici, che fa quello che vuole, è visto negativamente, come fosse un po’ meno prete. Questo però ha una conseguenza: finisce per spostare l’accento sul servizio, in altri termini e un po’ rozzamente: sull’esercizio di un potere. Ora, va richiamato un principio semplice al limite del banale: il prete non è prete perché ha un potere, ma il contrario: ha un potere perché è prete. Ed è prete, anzitutto, perché celebra, confessa, prega, si mette al servizio della gente, soprattutto di chi ne ha più bisogno. Per fare questo non è necessario essere il responsabile di una «bella» parrocchia, essere direttori di un oratorio dalle mille attività, avere compiti di grandi responsabilità. Basta essere preti. Oltretutto questo va incontro alla situazione che sta diventando evidente nella nostra diocesi: i preti anziani sono sempre più numerosi di quelli giovani. E cioè: i preti che fanno i preti senza «comandare» sono sempre di più e comunque sempre preziosi per la comunità diocesana.

Insomma, ci risiamo. La crisi - i preti diminuiscono, i «curati» giovani che animano le parrocchie sono una pattuglia sparuta: una settantina per 389 parrocchie - può diventare, ancora una volta, chance. Si affaccia la possibilità di riscoprire il cuore della missione del prete: più servitore che comandante in capo. E, anche quando deve fare il comandante, lo fa solo perché deve servire.

Certo, e ancora una volta: facile a dirsi. Ma intanto bisogna incominciare a preparare, con probabile molta fatica, il fare futuro. Tenendo presente un dato di fatto, semplicissimo. La situazione di crisi impone che non si deve fare perché piace, ma soltanto perché si deve.


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