Quando il populismo
inquina la politica

L’esito del referendum inglese ha riproposto nel dibattito politico un tema da tempo al centro della riflessione degli esperti: «Se i popoli, come entità politica complessiva, possano sbagliare». Lo pensano molti politici, di destra di centro e di sinistra, ma se ne guardano bene dal dirlo perché segnerebbe la loro fine.

Lo stesso Saviano, icona dell’Italia senza macchia e senza peccato, è stato duramente criticato per averlo affermato ricordando l’appoggio dei popoli osannanti alle dittature del secolo scorso. Eppure, la domanda che dopo il Brexit la maggior parte dei residenti inglesi si pone è proprio questa. Se, cioè, su un quesito così importante sul piano economico, politico e sociale, che richiedeva conoscenze approfondite, sia giusto che il popolo, con un risicato 2% di voti, abbia deciso del destino del Paese. Più in particolare, se la composizione statistica del voto per territorio, per fascia di età e per livello di istruzione legittimi tale scelta.

È accaduto, infatti, che la Scozia e l’Irlanda del Nord, che hanno votato massicciamente per la permanenza in Europa, hanno già dichiarato che non intendono accettare il voto inglese, ritenendolo ingiusto perché in contrasto con la volontà dei loro elettori. E i loro governi hanno già manifestato la volontà di uscire dalla Gran Bretagna e di chiedere, successivamente, di rimanere in Europa. Le stesse perplessità emergono dai cittadini delle grandi città come Birmingham, Manchester, Liverpool, Bristol e Londra, che a larghissima maggioranza hanno votato per rimanere in Europa.

È assai difficile per gli inglesi accettare un risultato deciso dalla provincia campagnola che contrasta apertamente con gli interessi delle sue maggiori città. Senza Londra, la Gran Bretagna perde una larghissima parte della propria importanza culturale, politica ed economica. Appare altrettanto ingiusto per i giovani, che hanno votato a larga maggioranza per il «remain», accettare che per il loro futuro abbiano deciso gli anziani che, sempre a larga maggioranza hanno votato per il «Brexit». Sulla stessa lunghezza d’onda si pongono i più istruiti, il cui voto favorevole alla permanenza in Europa è stato vanificato da quello dei meno istruiti e meno informati favorevoli all’uscita.

Tutte queste contraddizioni emerse dal voto inglese hanno portato il famoso filosofo francese Bernard Henry Levy, fondatore della scuola della «Nouvelle Philosophie», ad affermare: È la vittoria degli estremisti violenti e dei dementi gauchismi, dei fascisti e degli hooligan avvinazzati e pieni di birra, dei ribelli analfabeti e dei neonazionalisti, che fanno venire il sudore freddo». Non può non far riflettere che queste dichiarazioni siano state rilasciate, con un tono forte ed inconsueto, da un celebrato filosofo dichiaratamente di fede liberal-socialista.

Perché la democrazia, così come la conosciamo da qualche secolo, dopo aver fatto i conti con la politica e la cultura dei vecchi regimi aristocratici ed oligarchici e con l’oscurantismo di alcune ideologie, è andata alla ricerca di nuovi riferimenti e li ha trovati nel popolo. Ma la democrazia che inneggia al popolo come ad un Totem, nella quale tutto quello che fa e decide il popolo è «santificato», può diventare nemica della stessa democrazia. Il voto contro l’Europa in Inghilterra è largamente il frutto della manipolazione delle folle e delle opinioni di massa da parte di populisti e demagoghi in doppio petto e cravatta come il Signor Farage.

È anche in gran parte la conseguenza di una politica lasciata ai talk show televisivi, che sono stati animati da politici arrivisti e senza scrupoli, cui non sfugge che la competizione è oggi per aree geografiche e non per singoli stati e le cui palesi contraddizioni nessuno ha fatto notare. Si sono, così, diffuse false ed allarmanti informazioni sull’immigrazione incontrollata, sulla sudditanza dell’Inghilterra all’Europa, sui tanti benefici che un popolo sofferente avrebbe conseguito con il ritorno allo Stato nazionale. La decisione inglese di uscire dall’Unione Europea è stata sollecitata evidenziando i difetti della minuta burocrazia di Bruxelles e la sua invasiva diffusione fino ad annullare qualsiasi potere statale.

La battaglia si è concentrata tra i fautori di un mercato libero che avvantaggia il popolo e uno regolamentato, quello europeo, che lo opprime. In realtà, la vera battaglia è stata fra chi riconosce che nell’era della globalizzazione ci sia bisogno d’integrazione politica e di sovranità condivisa e chi si ostina a non volerla concedere. La conseguenza più grave del voto inglese, sul piano della credibilità democratica, è che nessun vero statista sia riuscito a illuminare le sempre legittime scelte popolari.

© RIPRODUZIONE RISERVATA