Quando l’opinione prevarica la ragione

Quando l’opinione
prevarica la ragione

Il cittadino vota, il Parlamento fa le leggi, il presidente del Consiglio e i ministri governano, gli esperti consigliano, i giuristi discettano, i giornalisti scrivono. Ma al di sopra di tutti plana, sovrana, l’opinione. Niente di più urgente che farsi un’opinione su tutto e niente di più piacevole che condividerla e discuterla. Arriva la discussione, dunque, e allora succede di tutto. «Uno va a oriente, uno a occidente, si perde di vista l’essenziale e ci si smarrisce nelle questioni secondarie. In capo a un’ora di tempesta, non si sa più che cosa si sta cercando… Questi pesa le sue parole come fossero argomenti, quell’altro non sa usare che il volume della sua voce e la forza dei suoi polmoni, un altro ancora non si accorge che sta dicendo il contrario di quello che aveva detto poco prima…». Sembra la descrizione, disincantata e ironica, di un moderno dibattito televisivo. E invece chi parla – pardon: chi scrive – è Montaigne, scrittore francese del ’500.

Succedeva allora e succede oggi, con l’aggravante che oggi, rispetto ai tempi di Montaigne, si sono ingigantiti e rafforzati gli strumenti di cui l’opinione dispone. E l’opinione, proprio perché diventata più forte, è diventata più cieca: sempre meno si preoccupa del vero e del falso e sempre più invece si preoccupa della propria forza. Non conta la forza delle idee, dunque, conta la forza dei polmoni. Non importa tanto che cosa dire. L’importante è dire qualcosa. Con forza. Ora, «l’ostinazione unita all’ardore dell’opinione è la prova più sicura dell’imbecillità», dice ancora Montaigne. E offre una controprova: «Esiste una creatura sicura di sé risoluta, sdegnosa, grave, seria quanto un asino?».

Nel leggere queste osservazioni così antiche e così moderne, mi è venuto spontaneo il confronto con quanto visto prima, durante e dopo le recenti elezioni amministrative. L’impressione generale sul dibattito è che, in realtà, non è esistito dibattito. Succede sempre così, per la verità.

All’avvicinarsi di un appuntamento elettorale ciò che sta a cuore ai candidati e ai loro sostenitori non è dare forza a un’idea, ma dare un’idea di forza. Bisogna abbagliare. E l’abbaglio significa precisamente che convince non ciò che si impone con l’evidenza propria, ma con la forza di chi lo propone. È un abbaglio, appunto: prendere senza vedere o, se si preferisce, un dire di sì a ciò che non si è capito.

Accade anche nella politica italiana, quando la tentazione di alzare i toni è così forte da risultare irresistibile. E quando accade mi viene una domanda: la politica è, è ancora capace di fare un ragionamento pacato e articolato, semplice e comunicativo, su un problema politico, sociale, economico? O, più semplicemente ancora: è capace di dire qualcosa senza gridare? Tutti a rincorrere il cavallo vincente. Siccome qualcuno vince gridando, si grida, sperando di vincere come lui. Ora, se è permessa un po’ di ingenuità: perché molti politici gridano? Intanto, se si grida così forte, è probabile che non ci si senta poi così sicuri come si vorrebbe far credere. È logico pensare, infatti, che si voglia supplire con la forza dei polmoni – per usare l’immagine di Montaigne - alla fragilità delle idee.

Ma soprattutto, mi sembra evidente un altro dato. Non solo non si ha molta fiducia in sé ma non si ha nessuno fiducia nell’altro. Voglio coprire l’altro con il mio sbraitare. Le sue idee non mi interessano. Mi interessa soltanto affermare le mie.

Dunque: in tutto il gran discutere di questi giorni c’è molta «ostinazione» e molto «ardore dell’opinione». Solo che quando l’una e l’altra cosa sono unite insieme si ha «la prova più sicura dell’imbecillità». Parola di Michel Eyquem, sire de Montaigne.


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