Quei pochi fedeli  e la chiesa povera

Quei pochi fedeli
e la chiesa povera

Ha fatto notizia l’iniziativa di don Mario Sgorlon, 60 anni, parroco di Sant’Erasmo, isola che si trova davanti al Lido di Venezia. Nei giorni scorsi, in piene vacanze pasquali, ha attaccato al portone della sua chiesa un cartello mesto ed eloquente: «La Messa è sospesa per mancanza di fedeli». E poi la chiosa: «Don Mario è disponibile su richiesta», con tanto di numero di telefono. Chi vuole consolarsi si può consolare con la considerazione che nella frazione dove è parroco don Sgorlon abitano ormai solo 40 persone, tutti pensionati o contadini.

Ma il problema c’è. Intanto esiste una sproporzione vistosa fra il numero delle chiese e quello dei fedeli che le frequentano. A Bergamo ogni parrocchia – comprese quelle piccole e piccolissime – possiede in media tre-quattro chiese. E si capisce: tutte quelle chiese sono il risultato di devozioni, di eventi dolorosi e gioiosi che hanno segnato la storia delle comunità. Basterebbe pensare alle decine e decine di chiese dedicate a San Rocco. Le molte calamità che hanno colpito le parrocchie, la peste soprattutto, hanno fatto fiorire devozioni e fatto sorgere chiese, dedicate a quel santo, colpito dalla peste, nella seconda metà del ’300. Quello che le parrocchie hanno adesso, dunque, è il condensato di secoli di storia.

Quelle chiese sono anche il risultato di un altro «dato» che è sempre stato determinante: il radicamento sul territorio. Le chiese erano le chiese di quella precisa comunità con i suoi santi e le sue feste. Ora tutto quel patrimonio si è affievolito. I santi e le feste sono rimaste, ma senza le adesioni massicce di un tempo. E poi la gente è molto meno legata al territorio e si muove di più. Il risultato è che le molte chiese sono poco frequentate e proprio perché molte. Non solo, ma santi, Madonne e tradizioni restano ma spesso battute in breccia dalla Chiesa stessa. Cosa importante essere devoti di Sant’Antonio di Padova, ma Sant’Antonio non è Gesù Cristo e le sue omelie non sono il Vangelo. Questo non lo dice qualche affossatore laico del Santo di Padova ma lo dicono preti e teologi. Devozioni, processioni, tradizioni sono state pesantemente denigrate soprattutto nel periodo che è seguito al Concilio. Resta da fare una storia – ma qualcuno certamente l’ha già fatta – una storia intrecciata di una spiritualità che cambia e di una pratica religiosa che si affievolisce. E, insieme, chiedersi come l’una cosa abbia influenzato l’altra. Dunque, i fedeli che se ne vanno, a Sant’Erasmo e altrove, sono il risultato ultimo e semplice di una storia lunga e complessa.

Intanto, però, quel dato può diventare occasione per un ripensamento della Chiesa. Una chiesa piena di gente segnala una comunità forte: «Siamo in tanti». Ma la comunità forte corre un rischio: avere più fiducia nella propria forza che in quella del vangelo. Tanti atteggiamenti intolleranti della Chiesa di un passato, neanche troppo lontano, possono essere collegati con quel senso di forza. Una Chiesa forte, infatti, si impone.

Una Chiesa con pochi fedeli segnala, invece, una Chiesa povera. Il suo rischio è specularmente opposto a quello della chiesa piena: il rischio di comunicare l’idea di non avere nulla da dare. Alcune volte, in effetti, le comunità cristiane di oggi danno la sensazione di non essere povere solo di gente, ma povere di tutto. E danno la sensazione di sonnecchiare malamente sulla propria povertà. Ora può essere che una chiesa con pochi clienti sia comunque una Chiesa viva. Può essere ma non è sicuro che sia. Non basta, infatti, non avere qualcosa per essere sicuri di avere automaticamente qualcosa d’altro. Si sente dire spesso che la Chiesa può sopperire con l’entusiasmo di pochi alla pochezza dei numeri. È certamente possibile e in diverse comunità sta avvenendo. Ma non è affatto sicuro. Si tratta, infatti, di un cambiamento di testa e di cuore che è molto più difficile che costruire una nuova chiesa o mettere in piedi un nuovo oratorio.


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