Quelle periferie senza più politica

Quelle periferie
senza più politica

Amo le periferie, anche se fino ai trent’anni non vi ho praticamente mai messo piede. Quelle della capitale subalpina dove ho trascorso la mia giovinezza sono state, fino a tutti gli anni Ottanta, luoghi off limits per chi non vi fosse nato. Nella realtà, o forse solo nell’immaginazione di tanti, erano territori ostili e selvaggi, popolati da bande di giovani sbandati inferociti e assetati del sangue, o delle catenine e degli orologi, dei ragazzetti perbene che dai quartieri centrali si fossero, in preda a chissà quale improvvisa follia, avventurati verso strade e borgate il cui nome era divenuto leggendario: via Artom, via delle Primule, la Falchera, le Vallette.

Anche quando si andava, assai meno di oggi e comunque più grandi di età, per le prime volte all’estero, nelle grandi capitali europee, si percorrevano gli Champs-Élysées e Oxford Street, si visitava il Louvre o la National Gallery, praticamente senza mai uscire, dal perimetro dei centri storici, dai percorsi delle guide turistiche.

Ad un certo punto, verso la metà dei Novanta, ho cambiato atteggiamento; ho cominciato a trovare i centri storici dei luoghi banali, certo ovunque tirati a lucido alla perfezione e progressivamente trasformati, grazie ad investimenti massicci e milionarie speculazioni, in vetrine scintillanti inondate di luce e traboccanti di beni di consumo, ma desolatamente tutti uguali, con gli stessi negozi, le stesse insegne commerciali, lo stesso deprimente panorama umano, le stesse commesse vestite in un identico modo, tutte con il medesimo «approccio alla clientela», tutte sfoggianti l’uguale, falsissimo, sorriso di chi non conosce per nome nemmeno un cliente, di chi serve solo gente di passaggio; dei «non luoghi» attraversati da un’omogenea popolazione di passeggiatori venuta dalle periferie per lo struscio serale o domenicale.

A viverci, nei centri storici, dagli anni Novanta in poi, sono rimasti, o sono tornati, quasi ovunque solo i ricchi, i milionari, ma quelli non li vede nessuno: arrivano la sera con le loro auto enormi dai vetri oscurati, si infilano silenziosi nei loro garages e da lì salgono nelle loro abitazioni sfarzose, sottraendosi allo sguardo di chi cammina sotto le loro residenze dorate, padroni invisibili di quegli antichi borghi.

Ben diversi gli ambienti delle periferie, mai identici fisicamente, traboccanti di umanità autentica, teatri di incontri imprevisti, luoghi di implicita resistenza alla globalizzazione omologante. Sono diventati quelli i luoghi dei miei vagabondaggi urbani, della mia curiosità antropologica: a Londra, non scambierei un’ora trascorsa tra le botteghe e i banchetti del quartiere africano di Peckham con lo stesso tempo trascorso nella falsissima Oxford Street delle griffes e delle catene di fast food.

Per questo motivo, mi intristiscono moltissimo le notizie agghiaccianti che vengono in questi giorni da tante periferie italiane: quelle degli scontri tra rifugiati politici e popolazione locali, quelle delle indegne imboscate neofasciste ai bambini rom che si recano a scuola, quelle delle occupazioni abusive. E tutte le altre cronache del disagio crescente di ambienti urbani ai quali nessuno sembra dedicare un’attenzione reale, se non appunto le formazioni di estrema destra, e tra queste anche una rappresentata in Parlamento, la Lega Nord (ormai divenuta nei fatti Lega Italiana), che nel degrado metropolitano hanno trovato l’habitat giusto per far crescere l’odio e l’intolleranza, per alimentare la guerra tra i poveri, per identificare negli «ultimissimi», gli immigrati venuti dal Sud del mondo in cerca di speranza, i nemici degli «ultimi», gli italiani impoveriti dalla crisi economica.

Di fronte a questo scempio della nostra civiltà, dinanzi a questa negazione di umanità, condannata dal Papa nel suo splendido discorso di Strasburgo, si fa fragoroso il nostro silenzio. Il silenzio del mondo dell’informazione che non sa spiegare, perché non capisce, quello che sta succedendo. Ma anche il silenzio di quella classe politica che un tempo in quei quartieri era di casa, che da molto tempo li ha abbandonati e che, nella sua componente maggioritaria e di governo, è divenuta antropologicamente estranea a quei luoghi, distante anni luce da quella umanità sofferente. Una classe politica che alla gente di Tor Sapienza o di Torrevecchia e di tutte le altre periferie dovrebbe offrire la speranza di un mondo più giusto, con minori diseguaglianze sociali e una distribuzione della ricchezza meno sconcia dell’attuale. E non leaders ladylike e depilate, riedizione aggiornata di quella Maria Antonietta che al popolo affamato suggeriva di dare le brioches.


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