Ridiamo al lavoro la dignità che merita

Ridiamo al lavoro
la dignità che merita

I dati dell’Inps sull’occupazione nel 2016 forniscono un quadro variegato, nel quale segnali di positività si intrecciano con elementi perduranti di criticità. O di vera e propria negatività strutturale. La piaga più profonda rimane quella dell’altissima disoccupazione giovanile, concentrata in larga parte nel mezzogiorno del Paese. L’analisi dell’Istituto di previdenza è particolarmente densa di riflessioni sulle dinamiche del mercato del lavoro e fa intravedere - in filigrana - alcune caratteristiche peculiari del nostro sistema. Emerge, tra gli altri, un dato che costringe a riflettere: il boom dei «voucher» ha cominciato a sgonfiarsi dal momento nel quale si sono fatti più stringenti i controlli sul loro uso e sui potenziali abusi. Segno inequivoco del fatto che i datori di lavoro si mostrano spesso allergici al rispetto delle regole.

Sui mali del nostro mercato del lavoro si discute da decenni con una virulenza proporzionale alla inadeguatezza delle soluzioni proposte di volta in volta. La crisi che ha colpito larga parte del sistema economico occidentale ha finito per rendere più gravose pecche antiche. Una di esse è, senza dubbio, la rigidità del mercato del lavoro. Stortura che non riguarda soltanto il lavoro pubblico, settore nel quale, ovviamente, tale meccanismo è una componente antica e, almeno all’origine, giustificabile in ragione delle funzioni svolte.

La difficoltà di cambiare lavoro - in particolare nelle fasce a bassa specializzazione - è un tratto storicamente peculiare del nostro Paese. Ma, a dispetto di quanto si pensa generalmente, la scarsa mobilità non è colpa principalmente dei lavoratori, ma dipende in larga parte dalle caratteristiche del nostro sistema sociale. A differenza di altri Paesi, in Italia sono sempre state carenti le condizioni che rendessero obiettivamente praticabile l’ipotesi di cambiare lavoro, andare in un’altra città, trovare una nuova casa. Esperienza comune dimostra che non è facile trovare case in affitto o da comprare a prezzi plausibili; che alcune primarie esigenze familiari (asili nido, scuole aperte per un orario lungo, forme di assistenza per i meno abbienti) non sono garantite in larga parte del Paese. In tali condizioni il circuito familiare è quasi sempre stato l’unico che potesse sopperire all’insufficienza di coperture tipiche dei sistemi di welfare state.

Gli italiani non sono geneticamente predisposti al «posto fisso», finiscono per prediligerlo per la scarsa flessibilità del mercato del lavoro. Ovviamente, c’è un rovescio della medaglia che non va sottovalutato: la tendenza a non impegnarsi a cercare lavoro, se non in condizioni protette. Il «familismo» ha prodotto un meccanismo perverso, che ha ingigantito le fila del lavoro precario, della disoccupazione e, peggio ancora, della inoccupazione. Del volontario tenersi fuori dal mercato del lavoro. Per meccanismi naturali, chi cerca lavoro va dove ritiene possibile trovarlo. Siamo un Paese che ha vissuto, nel bene e nel male, la dura (e insieme gloriosa) pagina di una massiccia emigrazione dettata dalla mancanza di lavoro in patria. Oggi la questione si pone in altri termini. La volatilità dell’occupazione rende opache le prospettive, in particolare dei giovani. All’esercito delle partite Iva, si è accomunato il nebuloso mondo dei «figli dei voucher». Nemesi storica dei «figli dei fiori», che impersonavano (e cantavano) un’epoca nella quale il lavoro sembrava un’opportunità che si poteva cogliere quando e come si voleva. Siamo, invece, precipitati in un’era nella quale le condizioni del lavoro - e non soltanto quelle della ricerca di un lavoro - ledono spesso la dignità umana. Per condizioni contrattuali, per livelli salariali, per inesistenza di forme assicurative.

Da questo imbuto si può uscire soltanto con politiche coraggiose, che riportino il lavoro alla dignità che merita. Il falso mito del «mercato» come panacea di tutti i mali deve far luogo a una considerazione tanto ovvia da sembrare banale: dietro il lavoro ci sono sempre persone, che meritano rispetto.


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