Rifiuti, il Nord
diventa il Sud

«Il rifiuto, meno lo tocchi e più ci guadagni». L’intercettazione di due operatori del settore riportata dal procuratore aggiunto di Brescia Sandro Raimondi nell’audizione alla Commissione parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti spiega come funzionava il sistema. Meno lo tocchi, il rifiuto, e più ci guadagni. Ed ecco che centinaia di tonnellate di rifiuti urbani (frazione secca e frazione umida) vengono smaltiti illecitamente anziché essere trattati, vale a dire recuperati. Niente affatto, in realtà vengono recuperati solo sulla carta, in realtà saranno «tombati», seppelliti così come sono in discariche già sature, oppure bruciati illegalmente, con tutte le conseguenze del caso sul piano ambientale: lo sversamento del percolato, i fumi neri e dunque pericolosi, l’inquinamento progressivo della terra che poi raggiungerà aree agricole e darà luogo a frutti avvelenati come è avvenuto nell’agro campano.

Rifiuti, il Nord diventa il Sud

Sembra di rivedere alcune scene di Gomorra, e invece siamo nel profondo Nord. L’inchiesta della procura bresciana parte dall’arresto ai domiciliari di un imprenditore che ha aziende di smaltimento a Bergamo, Brescia e Lecco, il triangolo della Lombardia laboriosa per definizione.

Sono stati sequestrati impianti e 76 automezzi, ma è probabilmente la punta di un iceberg. Il procuratore aggiunto Raimondi parla espressamente di una nuova Terra dei fuochi, analogamente a quella campana che ha prodotto lutti e soprusi indegni di un Paese civile. Un sistema diffuso che si sta allargando a macchia d’olio e che ha trasformato – udite udite – il Nord nel Sud. La frazione umida – quella che i cittadini raccolgono nei sacchetti biodegradabili della differenziata - andrebbe sottoposta a un processo di «biostabilizzazione» di 21 giorni, ovvero a tre settimane di stoccaggio, e invece il sistema criminale procedeva alla loro eliminazione immediata, stabilizzando solo sulla carta. Il tutto con l’aiuto di documenti falsi, giri di bolle dichiarati ma inesistenti, operatori della pubblica amministrazione compiacenti (un’auto da 30 mila euro come dono in cambio di consulenze mai avvenute), certificati truccati di chi doveva far valere le norme e invece chiudeva uno o t utti e due gli occhi.

Ma anche l’inversione di rotta di questo disgraziato Paese fa pensare. Questa filosofia imprenditoriale legata al fenomeno ecomafioso criminale invece di venire cancellata, sopita, eliminata, sta contagiando anche il Settentrione. Il riciclaggio illegale si è ribaltato: ora sono le aziende del Sud a portare al Nord i rifiuti, forse, ma non è certo, per effetto indiretto del decreto Sblocca Italia che voleva utilizzare gli impianti del Nord sottoutilizzati per risolvere l’emergenza rifiuti del Sud. Un altro aspetto paradossale è che per fare tutto ciò il sistema dello smaltimento dei rifiuti «nordista» non ha bisogno nemmeno di ’ndrangheta e camorra, che pure esistono in Settentrione, come hanno dimostrato recenti inchieste sfociate in decine di arresti. L’imprenditore illegale, che frega l’imprenditore onesto sulla concorrenza perché ha più risorse a disposizione, facendo più profitti «sporchi», «lavora in proprio», ha imparato a fare da sé. «Questo», conclude Raimondi nell’audizione, «è molto importante perché si mettono in essere una serie di attività che consentono un’indipendenza, un’autonomia, che non ha confini e non ha paragoni nell’ambito di altri soggetti imprenditoriali». Tutto questo permette profitti enormi: 10 milioni di euro per 100 mila tonnellate di rifiuti.

È questo il nuovo modello 4.0 dell’illegalità alle porte di casa nostra: il «cumenda» dell’ecomafia senza la mafia, l’imprenditore che ti frega due volte, sul piano della concorrenza e dell’inquinamento ambientale, e che fa tutto da sé. Chissà se camorra e ’ndrangheta chiederanno i danni ritenendosi i detentori del brevetto.

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