Riformare le pensioni
I costi da pagare

Chi deve pagare le riforme? Questa in sostanza è la questione che la Confindustria pone al governo in vista della prossima legge di Bilancio e, in particolare, sull’annunciata «riforma della riforma» pensionistica. E la domanda, per quanto venga da una voce interessata perché parte direttamente in causa, non è certo peregrina. Vale non solo per gli imprenditori, ma anche per ogni singolo cittadino. Fra le altre osservazioni sulle intenzioni economiche del governo, il Centro studi di Confindustria si è infatti soffermato anche sull’annunciata riforma della riforma Fornero, ripetendo in sintesi quanto ha detto più in generale anche sulla legge di Bilancio.

Il ragionamento degli industriali è molto semplice. Sulla riforma delle pensioni bisogna evitare di fare dei passi indietro su quanto di positivo è stato fatto dal 1992 ad oggi, comprendendo quindi le riforme Dini, Fornero e i loro correttivi. Confindustria rileva infatti che il sistema oggi è stabilizzato ed una sua rivoluzione porterebbe ad un aggravio di costi per il sistema stesso.

Essendo il nostro un sistema «a ripartizione», cioè nel quale i costi delle pensioni di chi si è ritirato dal lavoro vengono pagati dai lavoratori stessi, una riforma con aggravio di costi verrebbe a ricadere sui lavoratori in attività con un aumento del costo del lavoro. Il costo del lavoro ricade sul datore di lavoro e, indirettamente, sul lavoratore che nota l’allargarsi della distanza tra il suo stipendio lordo e lo stipendio netto, cioè fra quanto costa al datore di lavoro e quanto effettivamente riceve in busta paga. Gli imprenditori non si limitano a queste considerazioni ma fanno rilevare che un sistema previdenziale sostenibile ha fatto guadagnare credibilità al Paese su scala internazionale e nel mondo finanziario. Non si tratta solo di una osservazione di gradimento politico presso terzi, ma di un elemento che ha avuto ricadute economiche: il ritorno dello spread a livelli contenuti con risparmi miliardari sul costo del debito e la concessione da parte dell’Unione europea di elasticità sul bilancio rispetto alle rigidità dei vincoli di bilancio, in particolare su deficit e debito. L’analisi non si ferma qua, ma entra nei dettagli – per quello che è dato finora di conoscere, vista l’altalena continua e quotidiana sugli annunci e su quanto effettivamente sarà contenuto nelle disposizioni – di quella che è comunemente conosciuta come quota 100, cioè la possibilità ad esempio per una persona che ha 62 anni di età di andare in pensione se ha raggiunto un minimo di 38 anni di versamenti contributivi: 62 più 38 uguale a 100.

Il tutto dovrebbe avvenire ponendo un limite minimo sia al livello di età sia al livello di anni di contributi versati. Confindustria non boccia tout court la proposta. Del resto sono molte le voci che si sono levate per introdurre su questo un minimo di elasticità, anche per favorire l’aumento di opportunità per i giovani di trovare accesso nel mondo del lavoro. La misura, del resto, potrebbe portare qualche giovamento anche ai datori di lavoro con l’uscita di lavoratori dai costi di fine carriera e quindi elevati e la sostituzione con lavoratori giovani dai costi meno pesanti. Il problema anche qui è su chi deve pagare questo correttivo.

Confindustria rileva che se l’introduzione della misura avvenisse con un ricalcolo dell’assegno previdenziale potrebbe essere accettata. In questo caso il costo ricadrebbe sul lavoratore che usufruisce dell’anticipo pagandone i costi. È lo stesso problema di tutte le altre riforme: tutte interessanti ma con un costo che alla fine qualcuno deve pagare. E questo anche i politici che sono al governo prima o poi dovranno spiegarlo alla gente: chi paga queste riforme?

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