Rivolta in Iran
Paese spaccato

Donald Trump punta il dito contro l’Iran e lo ammonisce: il mondo vi guarda. Il presidente iraniano Rouhani, invece, accusa i «nemici» del suo Paese di mestare nel torbido. L’uno e l’altro, quindi, tendono a scaricare sulla situazione internazionale il merito o la responsabilità delle proteste che da giorni scuotono la Repubblica islamica, con un tributo di sangue che continua a crescere. Certo, i recenti successi politici e militari della Repubblica islamica, a partire dalla Siria, hanno inquietato una lunga serie di Paesi e potrebbe non essere solo complottiamo pensare che Usa, Arabia Saudita e Israele abbiano qualcosa a che fare con questa crisi.

In realtà, però sbagliano sia Trump sia Rouhani, entrambi sullo stesso punto: la protesta dei giovani iraniani non è un abbozzo di rivoluzione libertaria, come piacerebbe al presidente americano, il quale non si chiede come mai gli stessi iraniani non protestassero contro il loro Governo quando questi perseguiva il nucleare anche a costo di far loro subire le sanzioni internazionali. Nello stesso tempo, ha poco a che fare con il contesto geopolitico internazionale, come ipotizza il suo collega iraniano, che pare nutrire molta sfiducia nel patriottismo dei suoi connazionali. Si tratta invece di una crisi interna che, a sua volta, rimanda a problemi tipici di tutto il Medio Oriente.

La parola-chiave è: giovani. L’Iran ha 82 milioni di abitanti e un’età media di trent’anni. È la casa, quindi, di un mare di giovani. I quali, però, non sono solo tanti ma anche colti: nel 2015 l’Iran è arrivato ad avere un tasso di iscrizione all’Università del 70% (superiore a quello di Italia, Giappone e Regno Unito), dopo aver fatto crescere il numero delle Università statali dalle 16 del 1977 alle 60 di oggi. Studiano, i giovani iraniani, si preparano anche all’estero: nell’anno accademico 2015-2016, l’Iran è stato l’11° Paese al mondo per numero di studenti mandati a specializzarsi negli Usa, ben 12.269, insieme con quasi duemila ricercatori.

Come in tutto il Medio Oriente, però, anche i giovani iraniani, quando finiscono gli studi, si scontrano con una realtà più che deludente: niente lavoro. In Iran la disoccupazione giovanile è al 26%, il doppio di quella generale. In più, una società in cui la parola decisiva spetta sempre al potere religioso, che amministra le anime con la shari’a (legge islamica) e l’economia con una rete di fondazioni (chiamate bonyad, sono 120) che non pagano tasse e valgono il 20% del Prodotto interno lordo. Al potere politico resta poco spazio. Gli iraniani hanno finora eletto due presidente decisamente riformisti (Mohammad Khatami dal 1997 al 2005) e nel 2013 Hassan Rouhani (che scadrà nel 2020), ai quali è stato impedito o quasi di fare riforme. Un esempio per Rouhani. Da tre anni rimbalza in Parlamento una sua proposta di legge per aumentare i poteri di controllo della Banca centrale, che dovrebbe così fronteggiare la crisi del sistema bancario, picconato dai metodi a dir poco discutibili di decine di banche private e dal ritardo cronico con cui le aziende di Stato pagano i loro debiti. Ma la legge non passa, boicottata dalle lobby finanziarie (banche) e da quelle religiose con interessi nell’industria statalizzata.

Tutto questo sta spaccando il Paese, come si era visto già nel 2009 con le contestazioni per la rielezione del presidente Ahmadinejad. Perché i giovani borghesi delle metropoli (il 20% degli iraniani vive in sei sole città) e delle università finiscono per avere come nemici naturali i coetanei poveri delle periferie e delle campagne, che del sistema religioso-assistenzialistico sono i primi beneficiati.

L’Iran, insomma, si avvicina a un bivio. Dovrà presto scegliere una direzione, perché tenere insieme i due mondi (città e campagne, economia di mercato e centralismo, laureati e contadini) con i soli strumenti della religione e della polizia diventa sempre più complicato e costoso. Ma questo, come ben si vede, nulla ha a che fare con i «nemici» di cui parla Rouhani né con la democrazia di cui si fa bello Trump.

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